Cinema, d’où viens tu?

di Elis
A mia madre piaceva molto il cinema, alle sue sorelle Gilda e Eleonora anche di più.
Gilda si faceva chiamare così fin da ragazza, da quando cioè si era identificata nell’omonimo personaggio cinematografico del regista Charles Vidor interpretato da Rita Hayworth: aveva tinto i capelli di un rosso intenso e pittato le labbra con un rossetto carminio, talmente indelebile che le rimase a lungo impresso, quasi un segno di distinzione.
Eleonora credeva di somigliare, quanto una gemella, all’omonima attrice Rossi Drago e come lei presumeva di vestirsi in maniera ricercata e originale.
Mia madre non ebbe mai un modello da imitare, ma adorava le storie d’amore, passionali e impossibili, quelle per le quali le lacrime non si facevano pregare a scendere giù come pioggia sottile e discreta. Tra tutti i film del genere, predilesse “L’amore è una cosa meravigliosa”, forse perché innamorata del bellissimo William Olden; e non si privò di vederlo tutte le volte che veniva trasmesso in qualche cinema della città e dopo in Tv.
A noi bambini il cinema era proibito, tranne quello che riguardava la visione di qualche film di Stanlio e Ollio o di Totò e sempre con un accompagnatore, compito che veniva affidato di solito a Franco, marito di Gilda. Solo quando mia sorella, io e le mie cugine, figlie di Eleonora, fummo cresciute abbastanza, comprendemmo la differenza tra un film per bambini e uno per adulti, mentre i maschietti della famiglia furono abituati presto alla visione di film… osè, grazie alla complicità dello zio Franco. Ma questa è un altra storia.
L’estate era veramente arduo per le tre sorelle trovare un modo economico e divertente per passare il tempo, specie al pomeriggio, ‘ché la mattina c’era il Bagno Santa Lucia, a portata di mano con la sua sabbia soffice e dorata e i giochi con i tamburelli. Noi ragazzine non potevamo mai allontanarci dalle nostre mamme, le quali ci sorvegliavano a vista per timore di qualche incontro ravvicinato coi ragazzi della nostra età: restare gravide era una costante paura, anche se non era tanto possibile data la non propizia età di molte di noi; ma le nostre mamme credevano che i bambini nascessero (pure) dallo scambio di un bacio. Noi avevamo bisogno di spazi, di aria, di libertà, loro non avevano soluzioni da proporre. Fino al giorno in cui presso la chiesa frequentata dalle tre sorelle inaugurarono l’arena Caritas, un cinema sotto le stelle nel piazzale interno della parrocchia, dove fu posto un grande telone bianco, tante sedie in fila e la macchina di proiezione.
Al calar del sole, la calca delle persone davanti all’ingresso dell’arena, prevalentemente donne con figli appena adolescenti, era incredibile. All’apertura del cancello, si correva per occupare le prime file di sedie, non tanto per la visione quanto per l’audio che non era eccellente, quasi inesistente alle ultime file. Il buio era complice delle emozioni che quell’esperienza riusciva a suscitare in noi, specie quando qualche film lasciava intravedere una scena d’amore un poco più …suggestiva!
Passarono davanti ai nostri occhi film come Incompreso, Poveri ma belli, Guardie e ladri, Il conte Max, Pane amore e…, Marcellino pane e vino, I soliti ignoti, Vacanze Romane, Colazione da Tiffany… e altri di cui non ricordo più molto; tutti i film, italiani e stranieri, erano adatti ad un pubblico misto, in cui i bambini erano tanti.
A settembre l’arena chiudeva i battenti, noi conservavamo per tutto l’inverno, negli occhi e nella mente, la fantasmagoria e la magia che il cinema ci regalava. Passarono molti anni prima che avessimo dalle nostre madri il permesso di andare a cinema da sole, ma nel frattempo l’Arena Caritas non c’era più.

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