Cinema Mignon

Solo verso sera la finestra era spalancata sull’arena del cinema all’aperto ed entrava mista a un’ariettina tra rumorìo e risatine, un cigolio di sedie di quanti prendevano posto tra le file a godersi, in anteprima, una luna rossa-rossa che s’appostava in alto sullo schermo.
Come si spegnevano le luci ed il vocìo, era lei la luna, a far da testimone mentre il film s’adagiava dentro la stanza diventando spazio allargato del cinema all’aperto.
Se arrivavo suonando al campanello, la zia apriva un po’ seccata perché fin troppi erano già pigiati davanti a quello squarcio nella notte – “Figghicè, postu u’cci n’è, ta stari all’impedi” diceva, aprendomi la porta.
Ma più che il film ad attirare la meraviglia e l’estasione erano le voci e le luci della pellicola che si facevano spazio tra quelli che se ne stavano seduti come spettatori davanti alla finestra,tanto che perfino le facce parevano uno schermo ora illuminate all’improvviso ora più buie della notte.
Solo quando m’eccitavo più del necessario, perdendo l’imbarazzo, montavo con tutti e due i piedi sul paletto della sedia dove se ne stava comoda la zia che se ne usciva sempre con la stessa lamentela contrariata – “u’ mmi moticari a seggia, figghicè, ca u’ vvida comu mi fa girari a capa”.
La poveretta aveva ragione, perché in tutte le sere d’estate era costretta a far da succursale al cinema Mignon, senza che come me e gli altri, ne sentisse l’attrazione.

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