Bastiano Acca, barista empatico – di giorgioflavio

La capiva al volo, la gente. Gli bastava osservarla. Dal modo di camminare, aprire una porta o guardare l’orologio, da un semplice gesto, uno sguardo, un tic, un sorriso, una fugace espressione di corruccio, Bastiano Acca sapeva cogliere l’essenza di una persona. E raramente sbagliava, bisognava riconoscerlo, anche quando sembrava andare contro ogni evidenza.

Come nel caso di Maria Luigia Casti, la professoressa di musica che sembrava sempre appena uscita da un raduno di catechiste penitenti ed era rigida come un manico di scopa. La prima volta che entrò nel suo bar, sigillata dentro l’abituale e castigatissimo tailleur fuori moda in lanetta grigio-topo, i capelli raccolti nella crocchia severa, gli occhiali in celluloide nera di quelli che non se ne vedono più almeno da vent’anni, per capire gli bastò registrare il fremito quasi impercettibile dell’inconfondibile neo a forma di otto che le caratterizzava lo zigomo sinistro e incrociarne per una frazione di secondo lo sguardo verde palude.
“Quella è una gran trombatrice” comunicò al manipolo di perdigiorno occupati a compilare sistemi illusoriamente infallibili per sbancare il superenalotto, non appena la donna fu uscita.
“Seh, e io sono astemio!” aveva ribattuto Armando Bumba, ubriacone conclamato e con un fegato almeno due taglie più grande del necessario. Bastiano lasciò che scemassero le grasse risate seguite alla sortita e ribadì seraficamente il concetto: “Quella donna è una che ci dà che non ne avete idea, vi dico. E se la guardaste bene, vi accorgereste anche che è un gran bel pezzo di cavalla.”
Non aggiunse altro, incurante dei lazzi e degli impietosi commenti che gli specchiati gentiluomini presenti si sentirono in dovere di aggiungere all’indirizzo della donna, i più gentili dei quali – formulati da Tonio Bulletta, il tappezziere – sostenevano che la Casti aveva il fascino di una cozza patella, attizzava quanto un litro di bromuro e, c’era da giurarci, l’unico pisello che aveva visto da vicino doveva essere quello del suo vicino di culla nella nursery del reparto maternità, subito dopo la nascita. “Quella in mezzo alle gambe ha ragnatele così fitte e impenetrabili che non ha neppure bisogno della cintura di castità per mantenere intatta la sua virtù” aveva concluso l’artigiano, che non disdegnava le metafore, senza peraltro porsi troppi problemi in ordine alla loro eleganza.
Solo due settimane dopo, Venanzio Belli, titolare dell’omonimo mobilificio – Mobili Belli. Nient’altro da aggiungere era lo slogan ch’egli stesso aveva coniato per farsi pubblicità sul quotidiano locale – di ritorno da un breve viaggio d’affari a Kiev entrò al BarAcca con l’aria di chi ne aveva novità grosse. “Guardate qua” disse tirando fuori dalla tasca quello che aveva tutta l’aria di essere un dvd e avvicinandosi al televisore.
Dopo qualche secondo il gruppetto di abituali frequentatori guardava con interesse i titoli di testa di “Insatiable”, directed by Dick Luride, starring Pussy Lust, durante i quali un bacino e due cosce oscenamente spalancate su un letto circolare si esibivano in movimenti pelvici di inarrivabile virtuosismo. La sorpresa arrivò quando la macchina da presa, risalendo, inquadrò le labbra dischiuse, indugiando per qualche istante sugli ampi movimenti di pennellessa della lingua appuntita e carnosa che ne fuoriusciva, per poi rivelare l’intero viso della proprietaria della pelvi tarantolata.
“Ma quella è…” urlò all’unisono l’improvvisata piccola comunità di spettatori, gli occhi fissi sul neo ad otto dello zigomo.
“Già, proprio lei, il pezzo di legno, la cozza patella, quella che non aveva mai visto un pisello” li precedette trionfante e con sguardo lubrico Venanzio. “E come vedrete tra poco, Maria Luigia Casti vi dimostrerà che non solo ne ha visti più di un contadino nella valle degli orti, ma sa anche cosa farne oltre ogni vostra immaginazione.”
Prima che, con il tasto di scorrimento veloce, il gruppetto passasse in rassegna i fantasiosi amplessi della sedicente Pussy Lust, alter ego della insospettabile professoressa di musica con presunte ragnatele proprio lì, con almeno una ventina di maschi molto dotati, Tonio Bulletta si girò verso Bastiano, incrociandone lo sguardo serafico e tutt’altro che sorpreso: “Avevi ragione, porca pupazza. Ma come fai, a leggere dentro le persone? E che, ci hai la vista a raggi X come Superman?”
Bastiano, in realtà, non disponeva di superpoteri ma soltanto di una fortissima inclinazione all’empatia. Aveva il dono di intercettare le emozioni degli altri e di mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, in modo naturale, senza forzature. Perché lui aveva passione, per gli altri. Gli piacevano, era curioso di conoscerne le storie, i pensieri, i dolori, le gioie e ogni moto del cuore. Amava la gente perché egli stesso era gente e amarla era dunque  amarsi.
Era proprio questo amore a consentirgli di entrare nella pelle e nel cuore altrui, cogliendone l’essenza più autentica e i sentimenti più profondi, quelli che scorrono carsici e insospettabili nelle pieghe più profonde della nostra anima, spesso sconosciuti a noi stessi.
Bastiano, insomma, era “prossimo” – nel senso letterale del termine – all’altrui destino. E contava poco, alla fine, che comprendesse davvero o meno gli altri: si sforzava naturalmente di comprenderli e questo era già straordinario e bastava a guadagnargli la simpatia, l’amicizia e l’affetto di tutti.
Non v’era chi ricordasse una volta – una sola – in cui Bastiano avesse sbagliato approccio o valutazione su una persona della quale aveva incrociato il cammino: che si trattasse di Elio Falchi, paranoide conclamato capace di vedere intenzioni ostili anche in un gesto di gentilezza e di reagire con inusitata quanto ingiustificata aggressività, oppure di uno sconosciuto agente di commercio di passaggio, visibilmente depresso per l’ennesimo ordinativo mancato, Bastiano “sapeva” cosa fare e cosa dire per farli stare meglio, placando in qualche imperscrutabile modo i loro tumulti interiori e pacificandoli, almeno per un momento, con l’esistenza e il destino.
Né v’era chi avesse memoria di qualcuno che, anche solo per scherzo, avesse mai espresso una parola meno che benevola nei suoi confronti. Farlo, del resto, avrebbe probabilmente significato tirarsi addosso gli strali dell’intera popolazione del capoluogo, ché Bastiano Acca, con la sua naturale e amabile disponibilità nei confronti di tutti, era ormai diventato un’istituzione, se non proprio una leggenda.
Nessuno si meravigliò, dunque, quando dietro al feretro dentro al quale il barista compiva l’ultimo e definitivo viaggio della sua apprezzata esistenza, si accodarono almeno duemila persone, molte delle quali in lacrime. Una folla mai vista, neppure al funerale solenne di monsignor Devoto, il vescovo che per quasi quarant’anni aveva guidato la diocesi con la mano saggia e compassionevole del buon pastore.
Ne parlarono a lungo anche i giornali, della tragica fine di Bastiano, morto  dietro al bancone del BarAcca un sabato a mezza sera, mentre regalava uno dei suoi irresistibili sorrisi al ragazzotto pieno di piercing che gli aveva chiesto una bottiglie di scotch e una di rhum. “Dovrei chiederti la carta d’identità, prima di vendertele, lo sai?” aveva detto con tono tranquillo, cercando di stabilire un contatto con gli occhi sfuggenti del giovane. “Ma mi accontenterò della promessa che tu e i tuoi amici non vi mettiate alla guida, se vi scolate questa roba.”
“E a te cosa te ne frega, di quello che facciamo noi? Io la bottiglia te la pago e quel che ne faccio sono cazzi miei!” aveva ribattuto quello, a muso duro.
Bastiano non aveva smesso per un attimo di sorridere, limitandosi soltanto a trattenere le bottiglie dalla sua parte del bancone. “Il fatto è che non sono solo cazzi tuoi, ragazzo” aveva detto con il suo tono conciliante. “Perché, vedi, io stanotte, dopo la chiusura, tornerò a casa in macchina e l’idea che sulla stessa strada possa incrociare la tua auto con te sbronzo alla guida un filo di preoccupazione me la dà. Perciò insisto: ti do le bottiglie, ma in cambio voglio la promessa, d’accordo?”
“D’accordo un cazzo, vecchio stronzo” urlò in risposta il ragazzotto, nelle cui mani si era materializzata una pistola. “Tu mi dai le bottiglie e la fai finita con queste menate, se no ti caccio una palla in mezzo agli occhi, va bene? Su, sbrigati, pezzo di merda.”
“Ehi, ehi, calma, bello. Potresti farti male con quell’affare, è non è davvero il caso” disse il barista, con tono ancora incredibilmente tranquillo. Poi aveva cercato gli occhi del giovinastro, aprendosi in uno dei suoi sorrisi disarmanti. Chissà se Bastiano, scrutando in fondo a quell’abisso un attimo prima che quello tirasse il grilletto e la luce si spegnesse per sempre, fece in tempo a comprendere che neppure l’empatia può niente, contro la disperazione del vuoto. 

  1. non credo.
    uno così, uno come Bastiano, qualcosa la vede sempre, anche dove sembrerebbe non esserci nulla.
    ma come un mistico fa la fine che tendono a fare i mistici. chiunque altro al bar avrebbe intuito la pericolosità e sarebbe rimasto schiscio.. è quasi come se il suo talento lo avesse accecato.
    bella storia. e bel funerale.

  2. Mi piace, nell’apprezzamento del brano, fare un accostamento che per me vuole essere lusinghiero.
    Mi è sembrato di leggere atmosfere e ironie, di storia e di espressività, di stampo Chiara, uno scrittore garbato e profondo al di là di toni apparentemente svagati.
    Ed è ovvio, quindi, che mi sia divertito alquanto nella lettura, in ammirazione per l’eleganza del dipanarsi della storia, appena appena demodèe eppure affascinante in toni e ammiccare amichevole.
    Il lettore affezionato ringrazia.

  3. …qualche rigo fa stavo
    per commentare con parafrasi…
    “contrario contro” “vuoto perso”
    ed altre banalità…

    quasi dimenticando di aver letto
    -surtout-
    un ottimo brano,
    -tout court-.

    bisousentoutemasympathie!

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