decoupage di un rendez-vous qualsiasi – di biancanera

“Straniero, se camminando ti imbatti in me e hai voglia di parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché io non dovrei parlare con te?”
“Tra i rumori della folla ce ne stiamo noi due, felici di essere insieme, parlando poco, forse nemmeno una parola
Walt Whitman
Lei pensa che avrebbe voluto dirgli cose e pensa che le sarebbe piaciuto farlo piuttosto semplicemente. Ma avrebbe avuto bisogno di alcuni oggetti. Un tavolino in ferro battuto, per esempio, tra di loro. E due caffé. Uno macchiato e amaro, per lui. L’altro nero, giusto un cucchiaino raso di zucchero di canna a dare l’idea di dolce, per lei. E di un esterno giorno in campo lungo: una piccola piazza sarebbe potuta andare bene. Una di quelle piazze intime, che sembrano slarghi, che non ti fanno disperdere le intenzioni, ma concentrarle tutte in un unico punto. Pavimentazione a sampietrini, un abbraccio ogivale di palazzi, esili balconcini e vasi di gerani affissi alle gelosie delle finestre. Gronde, tetti spioventi. La luce, meno che mai lasciata al caso, e quindi le sarebbe piaciuto che fosse in bianco e nero, con le ombre radenti di poco prima di sera, il sole che cede il passo a quella sfumatura soffusa e clemente, e che si appoggia senza peso sulle cose, un riverbero i capelli e i visi. Un rintocco di vespro, il frullio dei colombacci, un lento scorrere di nembi sfilacciati dai contorni taglienti, e il sottofondo di un vociare sommesso, non il silenzio assoluto, che spaventa.
[Carrello in campo medio: ecco, così ora mi pare di vederli. non troppo vicini, tuttavia accosto. lui che si sfiora la nuca, in un gesto di tenero imbarazzo. lei che fruga nell’enorme borsa, forse cercando le sigarette, chissà, o le sue incertezze, mentre si guarda attorno, rapida, uno sguardo al cielo tanto per non sbagliare, per poi fissare, subito dopo, gli occhi sulla ruga orizzontale che solca la fronte di lui, come a posarvi l’unica carezza possibile]
Molte cose so di te che tu non sai, e le so col cuore, pensa gli avrebbe detto. Glielo avrebbe detto perché lui è uno distratto, che ha bisogno di umili rassicurazioni. Lei crede che nei passaggi delicati gli avrebbe appoggiato una mano sulla mano poiché il contatto del sangue dà conforto anche ad uno come lui che sembra quieto, ma che scalpita sotto l’apparenza di una calma congelata. Lei lo sa. E lo sa col cuore. Sa che dietro quei silenzi si nasconde un’inquietudine ombrosa. Finge bene, lui. Gli riesce. Perfino con se stesso, lo fa. Così compassato, uno che dice poco, ma conosce altri modi, oltre la parola, per dare misura a quel mare nero che gli confonde l’anima. Sorride. Sì, sorride. È gentile. Apre la porta alle signore e cede il passo, poi, negli occhi scuri, una scintilla istantanea di malinconia, un lampo appena, da stemperare con una risata, che è pura poesia. Lei sa bene che le sarebbe toccato scardinare una ad una tutte le assicelle che delimitano quel corpo lungo. Lei, che intende la perfetta architettura di recinti e limiti.
[Campo e controcampo: ecco, così ora mi pare di vederli]
Sarebbe toccato a lei, proprio a lei, che è sempre spaventata, dire è tutto a posto, non aver paura. Avrebbe dovuto spiegargli, come si fa con un bambino testardo, che l’orgoglio è un ingenuo segno di debolezza, il fianco da esporre illudendosi che sia punto di forza. Gli avrebbe detto che lo aveva imparato a sue spese e che ora lo intuiva attraverso qualcosa di profondo e muto. Che era sicura che fossero proprio le parole a far di loro due stranieri. Che senza, solo guardandosi, sarebbe stato tutto molto più semplice, sarebbero diventati, loro malgrado, complici restando sprovvisti di un alfabeto che confonde. Lei pensa che gli avrebbe raccontato di tutte le volte che aveva affilato coltelli, e le lame mandavano un limpido luccichio, e lei aveva cercato sangue perché c’era un filo, attorno alle loro gole, che si contendevano a vicenda. L’uno tirava e l’altra faceva resistenza. L’una tendeva, mentre l’altro dava ancora filo, aumentando la distanza. Non erano riusciti a fenderlo, però. Restava sospeso tra loro simile alla bava d’un ragno, insignificante, ma tenace. Gli avrebbe voluto dire che le aveva toccato il cuore, maledetto, con un dito soltanto l’aveva fatto, ed ora, in quel punto preciso, era rimasto il calco, un avallamento fertile e ingiusto, nel quale, ogni tanto, lei si nascondeva per continuare a spiarlo, quando lui volgeva il capo, e sembrava distratto, ancora di più, ancora oltre, ancora. Lei restava lì, in quel buchetto scomodo, chiedendosi cose nel più assoluto silenzio, e ricordandone altre che pensava dimenticate per sempre.
Carrello all’indietro: esterno giorno in campo lungo. Tutto questo gli avrebbe voluto dire, in quella piccola, piccolissima piazza, poco più che uno slargo, circondata dall’abbraccio pietroso delle mura, e il sole in un controluce d’abbandono. Solo sfiorandogli la mano, e sfiorandogliela una volta sola. Alla fine gli avrebbe chiesto di restare ancora un poco, guardarsi attorno, ogni tanto alzare gli occhi tanto per non sbagliare, ed assistere assieme all’avanzare del nero, stare in silenzio, ecco, che si sarebbero capiti di più, privarsi di tutti quegli scudi, quelle lame, ed altri orpelli inutili, ammettendo è così, possiamo poco, niente possiamo. Avrebbe preso le tazze e scrutato, e cercato un futuro nei fondi del caffé. Lui avrebbe sorriso di quel gesto insensato. Sarebbero sprofondati in un’attesa senza aspettative e in una sospensione di giudizio nella quale nulla avrebbero dovuto dimostrare l’una all’altro, neppure il fatto di esistere in quanto tali.
[Carrello in campo medio: ecco, così ora mi pare di vederli. non troppo vicini, tuttavia accosto, lui che sorride, un sorriso di tenero imbarazzo, lei che fruga con lo sguardo nelle tazze, forse cercando un futuro a metà prezzo, chissà, oppure le sue schegge di follia, mentre si guarda attorno, rapida, uno sguardo al cielo tanto per non sbagliare, per poi posare subito dopo gli occhi sulla ruga orizzontale che solca la fronte di lui, come se gli facesse, a quel modo, una carezza, l’unica possibile]
Fade out.
Colonna sonora: Leonard Cohen – Hey, that’s no way to say goodbye

  1. un film che esiterei ad andare a vedere, lo ammetto: ne conosco tanti fotogrammi, e una regia come la tua mi stenderebbe 🙂
    (l’ho letto con lentezza, come un pensiero maturo..)

  2. un brano molto francese, per come lo leggo e lo vedo, magari dietro la cinepresa di un Truffaut, ché Lelouch mi è sempre sembrato un tantino troppo melenso.
    Il continuo riferimento ad un linguaggio cinematografico, che si interseca con l’espressività narrativa, richiede attenzione, immedesimazione, una fantasia ad esaltare lo spirito d’osservazione, ma ne vale davvero la pena, ché tutto appare vivo e vitale e lascia buone sensazioni delicate.

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