Boero Levriero – di cybbolo

Qualche tempo fa…

 S’affacciò in sala da chissà dove, come un personaggio dei fumetti, emergente dalla nebbia spessa del fumo, con il suo astuccio da professionista della stecca.
Si propose da subito come il più bravo: il mago della goriziana, il genio del colpo sotto con effetto a tenere, il terrore del filotto, il dio della messa.
Di nome Alvaro, fu soprannominato Boero e poi anche Levriero per una mania e un vizio.
La prima innocente e l’altro pericoloso.
Alvaro aveva perennemente parcheggiato ad un lato della bocca uno stuzzicadenti, come i vecchi malavitosi di qualche film.
Gli serviva per bucare il cartone dei boeri, quei cioccolatini che potevano far vincere un pupazzo di peluche o un orologio da polso o una radiolina.
Il padrone della sala continuava a tenere la scatola rossa cartonata da bucare solamente per lui.
Erano, in effetti, praline disgustose, mollicce e ripiene di un liquore dolciastro che prendeva anche le narici, e tutti si tenevano alla larga, per nulla tentati dal nuovo orologio subacqueo con la ghiera mobile.
Alvaro, invece, ne faceva fuori fino ad una decina, tra il pomeriggio e la sera, salvo vincite, e poi si lamentava con tutti delle sue emorroidi.
Questa era la mania quasi innocua, se non per la salute.
Poi si scoprì, e la cosa era seria, che amava scommettere sulle corse dei cani e che, peggio, non sapeva trattenersi con lo stesso equilibrio di come giocava a biliardo.
Si diceva che talvolta si era trovato in difficoltà.
Questa passione incontrollata gli valse il soprannome di Levriero.
Gli calzava anche bene: era asciutto e agilissimo ed inoltre aveva un suo portamento particolare intorno al biliardo.
Si chinava ad angolo retto per colpire elegantemente e attirava lo sguardo per quel culo sporgente che sembrava di marmo e per quella postura rigida e morbida insieme, con il braccio indipendente che partiva come un metronomo ad imprimere la giusta potenza al colpo della stecca verso la biglia.
Era un bello spettacolo, formale e sostanziale, il vedere giocare Boero Levriero.
Pretendeva il silenzio assoluto: lui stesso parlava pochissimo e mai quando l’avversario era in procinto di colpire la biglia.
Non s’irritava mai, ma incuteva rispetto e tutti tacevano quando lui giocava.
Del resto giocava pesante: era arrivato anche ad oltre diecimila al punto, quando si parlava di lire.
In sedute di questo tipo, importanti, si scopriva del telo e si spolverava il biliardo in fondo, quello migliore con le sponde dalla risposta perfetta, con la piccola tribuna per gli spettatori, e la sala diveniva una cattedrale durante un servizio funebre con fumo di sigarette in luogo dell’incenso.
Si affettava silenzio e il fruscio del gessetto sulle punte delle stecche era l’unico conversare con i passi felpati dei giocatori e con il linguaggio delle biglie, ‘tak’ tra loro e ‘stunf’ sulle sponde, e il ‘frrrrr’ degli ometti che cadevano sul panno verde tiepido.
Boero era rispettoso dell’avversario e orgoglioso: mai una scusa o un commiserarsi ad un tiro poco riuscito o a qualche ruberia dell’avversario, mai un’irrisione o una scorrettezza.
Era grande: aveva un tocco unico, tanta fantasia ed inventiva.
E aveva fegato.
Se si gioca a diecimila al punto per tutta una notte, per di più andando avanti solo a boeri e caffè, si deve avere bravura, ma anche fegato, e non solo per digerire i boeri.
E con il fegato, o anche l’incoscienza, creava magie.
Tre tocchi di sponda, ‘stunf’, ‘stunf’, ‘stunf’, poi il ‘tak’ sommesso della biglia colpita e un ‘fr’ brevissimo di un solo ometto caduto, quello rosso, con la biglia ad appoggiarsi sul boccino di misura, nascosta dal castello, in messa, dopo un tre sponde di calcio da sessanta punti più sedici.
Suscitava sana invidia e ammirazione.
E lui ruminava il suo ennesimo cioccolatino liquoroso con lo stuzzicadenti che andava su e giù al lato della bocca.
Boero Levriero smetteva per resa incondizionata dell’avversario, in genere verso le tre di notte.
Riscuoteva la vincita, di solito notevole, e spariva con un saluto frettoloso e generico.
Svoltava l’angolo e lo rivedevi in sala due giorni dopo o anche tre.
Talvolta con una giacca nuova.
Spesso con il solito giubbotto consunto di jeans.
Allora si capiva com’era andata con i levrieri.
Non si è mai saputo  di cosa campasse.
Qualcuno diceva che era un decoratore e qualcun altro che era un collaudatore di stecche per una grande marca specializzata.
E’ l’apologia del mito, in una sala biliardi, il conoscere un vero collaudatore di stecche che campa della sola sua passione.
La sola certezza, invece, era che ogni tanto in sala capitavano due tizi grandi e grossi come cassonetti, poco raccomandabili.
Seguivano in disparte la partita di Alvaro fumando impassibili tra un caffè e un amaro.
Boero li scorgeva e faceva loro un cenno d’intesa.
Poi, imperturbabile, continuava la sua partita come se nulla fosse accaduto.
Alla resa dell’avversario, dopo aver riscosso la vincita, usciva scortato dai due, silenzioso.
Qualcuno avrebbe giurato di avere udito qualche urlaccio  minaccioso, o il rumore di uno schiaffone, dietro l’angolo della sala biliardi; qualcun altro era certo di avere veduto i due spintonare rudemente Boero, flessuoso come una canna al vento.
Levriero invece ritornava, in genere il giorno dopo, impassibile come sempre, per fare il pieno da consumare ad inseguire i suoi levrieri preferiti.
Una sera si ripresentarono i due esattori.
Qualcosa, però, andò storto.
Alvaro era stanco, giù di forma, ed un ragazzetto svelto col ciuffo lo stava mettendo sotto con un gioco brillante senza tregua.
Finì che Boero gettò la spugna, evento raro, ma in un momento poco opportuno.
Confabulò con il ragazzo che scurì in volto.
Poi uscì seguito dallo stesso e dai due interessati altri spettatori che sembravano più tesi e decisi delle altre volte.
Fu ritrovato poco dopo, seduto contro un muro, una maschera di sangue, nei pressi della sala, qualche via più oltre.
Si disse che era stato massacrato con un batticarne.
Quando lo andai a trovare all’ospedale e lo vidi di persona, bendato e ingessato come una mummia, con un brivido di raccapriccio trovai plausibile quella diceria.
E così, ora, quando vedo Boero Levriero in sala, pallido e con la barba incolta a coprire uno zigomo scomparso,  mi viene da piangere.
Resta fuori del cono di luce e tiene le mani sempre in tasca.
Quello che resta delle mani.
Segue una mediocre partita con occhi lucidi e tristi evitando gli sguardi degli altri, pieno di quel tipico orgoglio proprio di chi non è in condizione di doverne avere, sfregato da un sommesso mormorio, abrasivo come carta vetrata, da parte dei presenti.
Non riesce più a tenere lo stuzzicadenti tra le labbra e non rumina più boeri.
E’ evidente che se la passa male.
Presumo che anche con i levrieri abbia chiuso.
Qualcuno ha lanciato l’ipotesi che Alvaro abbia un’indennità per invalidità mentre un altro è convinto che campi facendo il talent scout di nuove promesse del biliardo, ma una sera ho veduto il padrone del locale infilare una busta dentro una tasca dell’eterno giubbotto jeans.
E Alvaro, detto una volta Boero Levriero, oltre i soprannomi e il giocare alla goriziana, ha perduto anche una parte d’orgoglio.

E pensare che qualche tempo fa…

  1. Grazie ai lettori in genere.
    per MadeinFranca: sto scaricando, ché Lei mi incuriosisce molto e ha gusti a me molto sintonici.
    per Varasca: vale un poco come per il poker. per sapere giocare al biliardo si dice che bisogna pagare almeno una o due zampe del tavolo.
    Io, ahimè, ho pagato anche tre zampe, ma sono rimasto sempre un segone.
    epperò il vedere tutto intorno mi è servito un poco…;-)

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