Osservando il mondo attraverso – di elisnelpaese

La grande finestra ad angolo, con vetri oscuranti, era il palcoscenico sul mondo che suo padre gli aveva regalato da quando non usciva più dalla sua stanza.

Ogni mattina, come un’ invisibile telecamera mobile, Bruno rovistava tra le facce addormentate di chi transitava sul marciapiede di fronte, adiacente alla piazza dove era locato il bar più grande del paese.
Cercava di capire chi potesse essere il frettoloso e sconosciuto avventore che, ogni mattina, entrava e usciva dal bar con circospezione, come se fosse seguito da qualcuno: di certo non era del luogo, ché quelli del circondario li conosceva tutti.
Ritrovava,  nell’omino appoggiato al banchetto del giornalaio, l’amico di suo padre intabarrato nel colbacco di finta lontra, che suo figlio, rosso di pelo e di fede politica, gli aveva portato da Mosca.
Studiava l’espressione mutabile del fidanzato di sua sorella , un quarantenne butterato e imbranato che ogni mattina ,ostinatamente, la aspettava all’angolo di casa per condurla sana e salva al lavoro.
Si divertiva ai tentativi maldestri del parroco per nascondere sotto la tonaca il fiasco da portare in chiesa, quasi che il vin santo della funzione religiosa richiedesse, 
a giorni alterni,  quantità da osteria.
Seguiva con malcelata (e anche morbosa ) curiosità la collega della sorella che si infilava nella macchina del capo, verosimilmente diretta con lui nella casa di campagna dell’uomo.

I suoi contatti con l’ esterno si riducevano, da venti anni, all’osservazione di un piccolo angolo di provincia che recitava la propria vita nel suo teatro personale, sempre uguale eppur diversa ogni giorno.
Sì, perché Bruno non lasciava la sua casa da quel giorno maledetto dell’aggressione, la sera del 25 gennaio del 1979, quando due balordi sotto i fumi di una sbornia madornale, l’avevano scambiato per qualcosa d’altro.

Allora lui era un ragazzone di diciotto anni, grande e grosso come un platano, timido , introverso e per questo destinato ad avere pochissimi amici: anzi, alcuno.
Quella sera aveva accettato di andare a sentire, insieme a Nicla, detta “quattrocchi” – un essere amorfo che nessun uomo avrebbe mai definito donna – la musica che amava tanto, direttamente dal jukebox del bar della piazza.

Timidezza, pudore, imbarazzo ma anche una certa emozione affioravano sul volto di Bruno, soprattutto perché quella era la prima volta che usciva con una ragazza. Beh, sì, Nicla era brutta, ma in fondo era di genere femminile e per giunta l’unica che gli aveva mostrato fino a quel momento simpatia e interesse. Bruno era un fenomeno nella matematica e Nicla riusciva benissimo col greco. Così , scambi di opportunità si erano presto trasformati in amicizia.
Nei primi diciotto anni della sua vita, Bruno era entrato solo occasionalmente nei bar, per prendere un gelato o un bicchiere d’acqua con le bollicine: il fatto di doversi recare addirittura nel luogo di ritrovo abituale dei suoi coetanei l’avrebbe inquietato in altri momenti; ma quella volta si sentiva al sicuro. Con Nicla, avrebbe potuto scalare la vetta… del campanile, lui che aveva terrore del vuoto.
Lei giunse puntuale, agghindata come una madonna nei suoi ex-voto, ma agli occhi di Bruno appariva bellissima e desiderabile. Osò chiederle se volesse consumare una pizza e un’aranciata, seduti a quel tavolino appartato nel fondo del bar proprio dov’era il jukebox e dove le voci degli altri avventori giungevano ovattate.
Intanto partiva la prima canzone che Bruno aveva in mente, già da tempo, di dedicare a Nicla

“Tu
Stiamo qui stiamo là
C’è l’amore a cena e tu
Dimmi si se ti va
Il mio letto è forte e tu
Pesi poco di più della gommapiuma
Tu perché tu non ci sei
E mi sto spogliando.
Tu quanti anni mi dai
Ho un lavoro strano e
Ma va là che lo sai
Vista da vicino tu
Sei più bella che mai …”
(Tu, Umberto Tozzi)


Poi, scivolarono sul giradischile voci di Alan Sorrenti (Tu sei l’ unica donna per me ) e Celentano (Soli)

Nicla gli sorrideva mentre gli raccontava dei suoi progetti. Ogni tanto si interrompeva, soffermandosi sul ritornello delle canzoni e lo ringraziava perché quelle erano anche le sue canzoni preferite.
Quando partì un lento e i piatti erano stati svuotati, Bruno chiese a Nicla se volesse ballare. La ragazza lo prese per mano e lo portò a lato del juke box dove c’era più spazio.
Fu allora che quell’angolino appartato si riempì di schiamazzi: una nutrita schiera di pischelli con le loro squinzie si riversò davanti al jukebox; partì una musica tecno e l’atmosfera raccolta e conciliante di un attimo prima svanì nei contorsionismi e nelle grida dei nuovi arrivati.
Nicla intuì che Bruno stava per esser colto da un attacco di panico; con fermezza lo trascinò fuori del locale. Gli parlava dolcemente e Bruno capì che quella ragazza sarebbe stata la più bella persona della sua vita e decise che non l’avrebbe lasciata andare, per alcun motivo al mondo.

La serata era  mite nonostante l’inverno. Bruno e Nicla si appartarono sulla panchina meno illuminata della piazza, le loro teste unite come nei disegni di Peynet.
Parlavano, Bruno parlava di sé come mai era accaduto e una pace interiore lo avvolgeva, in piena fusione con l’universo e col creato intorno.
La panchina era riparata da una siepe, ma non fu neanche immaginata dai due giovani ubriachi che erano appena usciti dal bar. In un accesso imperioso di vandalismo cominciarono a gettare oltre la siepe ogni oggetto abbandonato sul selciato: lattine soprattutto,  sacchetti di plastica e qualche residuo di cibo abbandonato ai bordi delle aiuole.

Bruno si alzò come una furia, ma si stagliò alla vista annebbiata dei due come un possente platano, e contro quel immaginato albero i due balordi scaricarono il liquido di risulta della loro sbornia settimanale.

Nicla pianse, quella sera, le prime lacrime della sua vita.

  1. l’effetto ‘sospensione’ con cui si chiude la storia rende più cocente una certa malinconia di fondo che convoglia i pensieri del lettore su domande e curiosità circa un ipotetico ‘come andrà a finire’…
    s’intuisce che non è finita proprio bene, la storia, e il non detto grava pesante più che il detto con il consueto garbo.

  2. Mi piace anche questa, Elis. Solidale per accenni di musica e tempeste adolescenziali, ancor più solidarizzo con il finale amaro della storia che mi è piuttosto comprensibile.azz!
    (Io continuo a commentare…abbiamo scritto ed ora leggere è un piacere)
    danis

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