Come la prima sera – di smokersmok

Devo essere piaciuto, la prima sera. È sempre così, la prima sera ti ci giochi tutto, almeno tutto il futuro più prossimo, quello del giorno dopo, e devi essere al massimo, non farti condizionare dalla fame e dal bisogno, guardare il locale quando è vuoto, l’arredamento, gli oggetti, il piccolo angolo su cui forse suonerai, da dove poi dovrai guardare la gente e provare a capire se ti accetteranno , che parte ti daranno, se comprimario o comparsa, una specie di obolo necessario da raccattare quale che sia, necessario alla sopravvivenza, all’anticamera del vivere. Basta la possibilità, il resto sta a me e alla mia voce, alla mia incredibile capacità di osservazione, al suono della mia chitarra e al virtuosismo raro di riuscire a stare sempre e comunque sullo sfondo, io e la mia voce nera, senza interferire con il bisogno di chi sta di fronte, di chi vuol sentirsi padrone generoso e piccolo re per una sera, per una sera col vestito giusto e la collana di pietre, centro del compasso, per una sera.

Sono arrivato di pomeriggio, il pavimento sapeva di straccio strizzato bene, nel locale, nessuno. Archi, mattoni a vista, piccoli tavoli e tovagliette di bambù, cornucopie d’argento e tappeti, quadri grandi alle pareti, macchie di colore senza soggetto, solo il gusto cromatico dalle stonature proibite d’acchito, solo ordinate macchie, posate del servizio di nonna e quell’aria di casuale disordine cercato, dove tutto sembra perfettamente li dove dovrebbe stare. Un posto raffinato, nell’accezione comune. Un posto come mille altri, per me che ne ho girati mille, di posti così. La voce, anzi le voci, a distogliere i pensieri e lo sguardo da quel simulacro di paese all’imbrunire, (che questo sembrava, almeno nella testa di chi come me suona solo musica presa a prestito da qualche parte). Padrone del barroccio stavolta, due donne, indaffarate come uomini di fretta, veloci come le loro voci veloci, affettate, di una gentilezza che arredava il locale, stesso stile. Avevo già in mente cosa dire, come presentarmi, ero pronto a perorare a lungo la mia causa, disponibile anche a quell’accondiscendenza che fa così felici gli esseri mediocri o i figli obbedienti, pronto a giocare la carta della tenerezza, della commozione, della storia triste, del bisogno, della fame, pronto a perdere perfino la dignità , quella di scorta, quella riconoscibile, non la mia, non sono mica matto. Forse la mia voce bassa, calma, forse per quello, ma non ce ne è stato bisogno, non hanno voluto nemmeno sapere cosa suono, che genere, un’incoscienza da premiare, questo pensavo, ma era solo un regalo della mia anima romantica, senza i numeri delle loro carte di credito. Comunque due minuti e accordo fatto, 80 euro, avrei suonato un’ora, “musica tranquilla”, si sono raccomandate, e “se andrà bene non è escluso che possiamo avere ancora bisogno d te”. E dei miei capelli rasta e della mia faccia nera, ho pensato maligno, ma col sorriso riconoscente di cui sono maestro, stampato sul viso. Ma devo essere piaciuto la prima sera, visto che il prossimo sarà il quinto pezzo della terza sera. Sono stato perfetto in effetti la prima sera, perfetto per loro. Avevano vestiti leggeri e svolazzanti le donne, pelli abbronzate e camicie lise ad arte i maschietti, un campionario di ciondoli, pietre dure, tatuaggi. Le padrone del barroccio svolazzavano per la sala con un sorriso da superlativo assoluto, una sorta di felice paresi. Ho infilato la mia presenza a sorpresa, per guadagnare due o tre punti, tra risate sommesse da aperitivo e chiacchiericcio lieve, proprio quando l’eccitazione era tutto quel che mancava. Ho aspettato che i tavolini fossero pieni, tutte le candele accese e le comande prese. L’ultimo sorso ed ero già sul palco da uno, chitarra e via, e improvvisa l’attenzione è calata su di me. Sono stato bravo, li ho circuiti col mio “meglio di…”, li ho provocati dandogli la gioia di indovinare il pezzo, di incuriosirsi per il successivo. C’è sempre un trucco, in questo genere di obbedienza che e’ suonare qui e davanti a loro, una cosa semplice, una regola fissa, un percorso studiato e sempre uguale. Io lo conosco, è la strada che porta al mio pane quotidiano. Ci sono tempi da rispettare, scalette ruffiane e scalette di scorta, ritmi precisi e sempre buoni, perché il pubblico cambia il vestito, ma è sempre lo stesso. Ora sono al quinto pezzo della terza sera, l’attenzione sta calando, come sempre tra l’antipasto e il primo. Devo sfilarmi, confondere la mia musica con il brusio crescente, per non stancarli, per guadagnarmi la sopravvivenza. Si sente venire, dalla finestra del vicolo, il fischio del motivo che sto suonando, un po’ stonato forse, ma che sfuma con me. È successo la prima sera, la seconda, e ora, ancora. Chissà chi è, che faccia ha, come si veste. Tiene il tempo però, batte forte, ci tiene che lo senta, forse è il suo modo di gratificarmi, e la gente lo sente e ride, si sente parte di qualche cosa di bello. Forse devo proprio essere piaciuto a lui la prima sera, magari è anche per questo che sono ancora qui. Ecco ci siamo, il brusio cresce, finisco il pezzo a sfumare, a loro il meritato riposo e una birra per me. Quasi indolore, il distacco tra la musica e l’attenzione, nemmeno un attimo di silenzio tra l’ultima nota e le prime risate. Dal vicolo un applauso volutamente sopra le righe, netto e sincero, e il sorriso sulle facce dei miei piccoli re. Appoggio la chitarra, mi asciugo il sudore e sento addosso l’euforia regalata da quel fischio e quell’applauso fuori campo, inaspettato regalo in una sera come tante. Mi siedo, alzo gli occhi alla finestra e brindo a quell’applauso senza dirlo, sorrido e penso che forse ci sarò ancora domani, e suonerò per lui, per quello spettatore invisibile e sincero, piccolo re fuori campo, domani ancora, come fosse la prima sera.

  1. un dietro le quinte magistrale per atmosfere e sensazioni comunicate, contagiose, forse per miei piccoli anonimi trascorsi di musicista dilettante.
    mi piace particolarmente questo brano, ché travalica ben oltre qualche brano cantato lasciandomi riflessioni personali sul concetto di complicità, di solitudine e compagnia, di coraggio e benessere.
    complimenti.

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