Starbucks – di Isabella A.M.

 Le finestre sono appiccicate al viso. Mille decorazioni sul vetro. La folla che passa, fuori, è anche fuori da noi. Ci sediamo proprio lì. È un confine leggero con la strada. Con i suoni che si attorcigliano alle orecchie sembra di essere all’incrocio. Quinta con una delle tante file. E non perdi neanche un attimo di questo rumore. Tu guardi il mondo con gli occhi degli altri. Vedi le cose fino a sentirle immense. Con la bocca ti fai spazio tra le labbra. Mi dici che sì, fa freddo, ho freddo ma qui, lontano da tutto (lo senti, non ci ascolta nessuno neanche se grido) si sta bene. All’ombra di questi palazzi alti, altissimi. Mi gira la testa a guardarli.

Il caffè, qui, è plastica. Si cammina per strada con i bicchieroni, come in Ally Mc Beal. Con il fumo bianco dai tombini e la gente che ti si schianta addosso, sorry. Le persone non ti guardano, ti dico, e questo non mi piace.

Nessuno si ricorderà di noi, qui. Non avremo nessuna memoria. In ogni angolo di strada che viviamo, io mi appiccico al momento.

La musica nel caffè, una lista lunghissima di cose da dirti, il menù delle bevande calde. Scelgo: caffè alla vaniglia, piccolo. Ti vedo, liquido nella mia pancia. Hai gli occhi grandi, stamattina. Non te lo dico. Nel freddo sento l’odore della tua pelle. Anche qui, da Starbucks, sento l’odore della tua pelle nella città. Mi sembra quasi impossibile, ma succede che nelle grandi stanze del mondo, tra tutti gli aromi, gli amori possibili, il tuo sia più forte. Che le tue mani siano più grandi, come le parole.

Da qui, da questo tavolo appoggiato ai vetri, ti vedo in fila, tra gli altri volti. La nuca e gli altri, la vaniglia. Come è facile amarsi qui, che sento il cemento nella pelle, penso di noi. Al tavolo a fianco due ragazze, gli occhi bassi sul tavolo, entrambe. Rovesciano un flacone di cannella, con le dita si fanno strada tra la polvere. Una ha le calze di lana arrotolate sui polpacci. L’altra non so, non ricordo. Non si parlano, o quasi. Oppure io non le sento. Sembrano due pesci immensi, grandissimi. Sembrano essersi rincontrate lì da chissà quanto tempo. Sembrano uscite da un ricordo. Le osservo, sposto gli occhi su di te. Sembri felice, qui, tra questa gente che si dimentica. Le due ragazze con le dita disegnano alcune lettere sul tavolo. La ragazza con le calze colorate disegna un cuore e lo lascia lì, sul legno. Ha i bordi alti, la polvere rossiccia. Dentro il vuoto. Due tazze grandissime di caffè. Tu mi vieni incontro, soffi sul mio bicchiere e sorridi. Poggi i cartoni (sono cartoni, non tazze) sul tavolo. Ti siedi. In un attimo, la ragazza che non ricordo, si alza, passa la mano sul tavolo (è velocissima) e sposta la polvere, in un attimo. Tutto intorno, sulla mia maglia, sulle tue mani, è cannella. Ma la ragazza è un attimo, raccoglie la sua borsa da terra e sparisce, la strada fuori, senza una parola. Le calze colorate restano sole, le mani ferme, sul tavolo più nulla. Due bicchieri, pieni. Non è caffè, questo.

Resti tu, in mezzo a questi palazzi, ritratto in sorriso cartolina, con la tua hot cup, il logo verde, il cartone bianco, il freddo intorno. Nella foto sorridi, si sente il clacson del taxi giallo, che ci raccatta, all’angolo con la Broadway, direzione Park Row. Nessuno si ricorderà di noi.


  1. un naufragare dolce in questo mare di caffè alla vaniglia, nell’oblio, tra osservazioni, riflessioni, emozioni leopardianmetropolitane.
    un brano da sorseggiare come un buon caffè, a sorsi piccoli, schioccando la lingua sul palato, a far deflagrare atmosfere.
    molto bello tutto ciò, Isabella: era troppo tempo che non ti leggevo e mi accorgo solo ora di quanto ho perduto, ma recupererò…;-).

  2. che veloce, come i pensieri, i ricordi che hai di un episodio che altrimenti.. non esisterebbe. preso al volo, bello, sembra un pesce, da guardare il disegno delle scaglie incastrate fra di loro, poi lasciarlo andare. adesso mi ricordo anch’io quella scena della cannella..

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