Poi dice i gialli che vedi da bambino – di fuoridaidenti

 

 

L’avevo sentito dire in giro, adesso faceva il turno di mattina. Peccato. Avremo provato il rimpianto, certamente, delle sue belle tette bianche al di là del bancone. Il fatto è che, una cosa od un’altra, ci si vede di rado noi adesso; tutti si ha sempre qualche accidente tra i coglioni: mogli, figli, il lavoro, i tiramenti, poi metti c’è chi propone posti nuovi…
Insomma, era da un pezzo che non entravo in quel bar.
Oltretutto è più confortevole di tanti: ci trovi sempre mucchi di quotidiani, di riviste, l’arredamento moderno ha un ché di austero, la musica di sottofondo è raffinata: jazz, prevalentemente, diffuso che non dia noia, anzi, tutt’altro, bendispone a chiacchierare. Appesi a una boiserie in ciliegio scuro (o forse mogano, non so con esattezza) varie tele in formato grande, senza cornice. Le dipinge uno scozzese, un iperrealista, uno fissato con mani, piedi, chiaroscuri, tendini, vene, carcasse d’auto, frigoriferi, ambienti polverosi, tavoli da cucina, scarpette di danza, quelle coi nastri lunghi lunghi lunghi, color rosa. Una sera gli ho chiesto se aveva letto “Underworld” di De Lillo. Non sapeva manco chi fosse. Malgrado questo -indipendentemente da questo- affatto niente male le sue tele senza cornice.
Stamattina ero in giro per commissioni. Faccende che mandi al fine settimana. Mi sono ricordato lei che adesso faceva il turno di mattina. C’era nessuno al banco. Fuori il vento mulinava cicche di sigarette e cartacce del mercato.
M’ha sorriso, ho ordinato un aperitivo, abbiamo cominciato a chiacchierare. E’ da una vita pressappoco che ci si vede in giro (qui il posto è piccolo, ci si conosce un po’ tutti). Non le ho mai detto che se una cosa porto impressa dentro questi occhi, insieme a pacchi d’altri fotogrammi, è il suo corpo, vent’anni addietro, che esce da una piscina.
“Quanti ce ne hai?” mi ha chiesto.
“Una ha vent’anni, un’altra sei”
“Pure io ce ne ho due”
“Una l’ho vista, ma l’altra…”
“Un maschio. Avrebbe sedici anni adesso…”
“Lo so, ricordo, scusa, pensavo ti riferissi a un’altra ancora che…”
“Pure se è morto sempre è figlio mio. La vita, sai, certe volte è dura”.
Stavo per dirle, ma poi non l’ho fatto, di quel film giallo che avevo visto da bambino. “Quattro mosche di velluto grigio”.
Il fatto, intendo, di certi fotogrammi. Restano intrappolati dentro gli occhi.

 

 

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