Addio e ritorno – di giorgi

Chissà perché amo tanto questo luogo. Anonimo come tanti altri, pulito ma consumato, illividito dal tempo. Eppure la prima volta che ci misi piede puntai il tavolino in fondo, quello più nascosto. Come fosse il mio rifugio abituale. Quello era il mio tavolino, e lì avrei ordinato il mio caffè. Il cameriere mi aveva letto nel pensiero, perché io non dissi nulla. Mi ero appena seduta, e gli avevo fatto solo un cenno, giusto per chiamarlo e ordinare quel che avevo deciso di ordinare. Un caffè, appunto. Potevo avere voglia di un cappuccino o di un tè. Il freddo avrebbe potuto invogliarmi alla cioccolata calda, con un tocco di panna per addolcire l’umore difficile. Qualunque altra cosa. Invece lui era arrivato con la tazzina fumante, un po’ sbeccata. Decorata con piccoli fiori pallidi. Anche il vassoio, e il bricco con il latte e la zuccheriera, avevano un che di antico. Non vecchio, ma antico.

Avevo versato un cucchiaino di zucchero e poggiato le labbra dal lato sano della tazzina  sorseggiando lentamente. Intanto mi ero guardata intorno, per capire che genere di umanità frequentasse quel piccolo locale dove ero stata spinta dal caso. Dove il caso, nella circostanza specifica, era stato la tramontana gelida che soffiava senza tregua, e il capottino leggero che mi s’incollava al corpo, e forse anche l’uomo che avrei incontrato di lì a poco, a diversi chilometri da casa mia, in un quartiere che mi era estraneo. Mi ero guardata intorno, ma ero l’unica seduta ai tavoli. C’era un discreto movimento al bancone, da cui arrivava il consueto rumore da bar, cucchiaini e tazzine poggiati e tolti, la piena attività della macchina da caffè espresso, getti di vapore a fare schiuma sul cappuccino, il vociare indistinto di clienti e baristi nella confusione delle ordinazioni, l’aprirsi e chiudersi della cassa… Mi accorsi che quel frastuono soffuso non m’infastidiva, mi sembrava piuttosto che proteggesse il piccolo luogo che avevo scovato per me.

Ecco, è cominciata così. Avevo tirato fuori il mio libro, i miei fogli di carta, una penna dal tratto fluido, e nessuno osò disturbarmi finché non arrivò l’ora di andare da chi avrebbe smesso di aspettarmi.

Chissà perché amo tanto questo luogo. E la tazzina irrimediabilmente sbeccata, che forse il cameriere conserva per me. Continuo a tornarci, anche se non ho motivo di spingermi fin qui, se non per il piacere di sentirmi a casa, lontana da casa. Il ripetersi dei gesti, il tavolino in disparte sempre libero, la tazzina sbeccata che arriva fumante, il libro aperto mentre a piccoli sorsi assaporo quel caffè, il migliore che abbia mai bevuto, un’abitudine che diventa rito, il rito celebrato dal cameriere. Sarà per lui che sono qui ogni volta che posso? Per la discrezione attenta con la quale mi ha accolto, che mi offre appena varco la soglia e punto decisa il tavolino più nascosto del locale, dove talvolta ho trovato un fiore sbiadito ma dal profumo intenso?

Sarà per lui, continuo a chiedermi sorseggiando il caffè bollente mentre scrivo lettere che non spedirò, e sfoglio le pagine di un romanzo che non voglio terminare, che nel giorno di un addio ho trovato un luogo per tornare?

  1. OSTERIA[..] Sono andata all’Osteria da Amalia e mi sono ricordata di quella storia da bar che avevo scritto qui un paio d’anni fa. Visto che era in tema ho deciso di lasciarne una copia anche sui tavoli della che purtroppo chiuderà tra un mese (perch&eacute [..]

  2. OSTERIA[..] Sono andata all’Osteria da Amalia e mi sono ricordata di quella storia da bar che avevo scritto qui un paio d’anni fa. Visto che era in tema ho deciso di lasciarne una copia anche sui tavoli della che purtroppo chiuderà tra un mese (perch&eacute [..]

  3. una bella atmosfera che respiro e condivido: il bar come rifugio e protezione, il bar come luogo di mutevoli prospettive, magico acquario, e si sta in disparte a guardare lo scenario, e si è guardati, pesci territoriali e solitari, con l’amore d’un barista affezionato verso il cliente, per ricevere l’attenzione di un rito tutto dedicato.
    sensazione di benessere.

  4. Continuo a tornarci, anche se non ho motivo di spingermi fin qui, se non per il piacere di sentirmi a casa, lontana da casa.
    in questa frase c’è il segreto di un buon bar. che anche in viaggio è una delle mie mete preferite, e diventa oggetto di ricerca quasi maniacale: non posso dire di trovarmi bene in un posto nuovo se non c’è un bar così.

    la tua prosa scorrevole, attenta, “completa”, fa il resto. 🙂

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