Luna come una torta caprese – di biancanera

Tutto ciò che vi occorre, oltre agli ingredienti necessari, è un cielo, una qualsiasi luna e l’anima d’un’isola.
Il cioccolato deve essere nero e di ottima qualità. Dovete ricordare che è un cibo per lo spirito, adatto alla cura di molte malinconie. Risana l’azzurro che si intorbida coi voli dei pipistrelli, fa morbide le labbra e raddolcisce la lingua, affinché i baci possano rubare la scena alle parole.
[Il dio Quetzalcoàtl possedeva tutte le ricchezze del mondo, oro, argento, e un’abbondanza di alberi di cacao di diversi colori. Il piccolo indice di Luna seguiva il rigo delle parole e immaginava il regno degli Aztechi. Lei, il cioccolato, non lo mangiava spesso, per questo il vento le screpolava le labbra. Luna non sorrideva quasi mai, per non spaccarsele. Sarebbe costato sangue e tagli, ogni sorriso. Luna, perciò, era una bambina piuttosto triste, ma nessuno si chiedeva il perché.]
Scegliete le mandorle migliori. Che siano pelate dall’amaro della buccia, lisce al tatto come una carezza, ovali come unghie perfette. Quando le sfiorate, pensate alla grazia del mandorlo in fiore. Avrete cura di farlo con riconoscenza.
[Luna non aveva mai visto un mandorlo in fiore. Dalla finestra della sua stanza poteva scorgere un unico albero, uno stentato sempreverde di cui, lei, neppure conosceva il nome. Ma c’era la guerra, sapete. Un paesaggio da Beirut bombardata, rovine di mattoni rossi, acciaio divelto, schegge di vetro, e gas venefici nell’aria. L’albero, seppure immutabile e macilento, era, suo malgrado, la sola traccia di bellezza, assieme alla sacralità del vulcano. Luna se la faceva bastare, come una promessa.]
Le mandorle e il cioccolato vanno tritati finemente. Bisogna che acquistino la consistenza vaporosa del talco. Disponeteli, poi, in due recipienti distinti, per il solo gusto di formare due cupole di farine finissime che vi daranno l’idea di due montagne, l’una lavica, l’altra di ghiaccio, per godere, quando le mescolerete assieme, dell’unione degli opposti.
[Luna girava su se stessa, a volte, come una danzatrice sufi perché cercava la vertigine pura. Il pavimento di graniglia era il tappeto immaginato quando, bocconi accanto a un giradischi rosso, stava ore ed ore ad ascoltare vecchi vinili degli anni sessanta.
“…Tu, luna luna tu, luna caprese
ca faie sunna’ l’amore ‘e nnammurate
adduorme a nenna mia ca sta scetata
e falla ‘nnamura’pe na bugia…
Tu, luna luna tu, luna bugiarda
famme passa’sti pene ‘e gelusia
e fa ca nenna fosse tutta ‘a mia,
tu, luna luna tu, luna caprese…”
Gli altri, attraversando per la stanza, la scavalcavano alla stregua di un ostacolo di carne e sangue. Piccolo corpo. Corpo di bambina triste. I palmi delle mani a racchiudere le guance, un cielo nero nero, la luna, e l’anima di un’isola. Nessuno faceva caso a quel suo stare silenzioso, alla sua voce che era voce d’altri. Seppure la guardavano, distratti, non si chiedevano il perché.]
In due capienti ciotole, meglio se di terraglia poiché la plastica non ha attinenza con la dolcezza, sgusciate le uova separando i tuorli dagli albumi. Che siano uova deposte da galline allevate a terra in modo che non racchiudano la maledizione d’una vita infelice, la bestemmia atroce di un becco mozzato.
Aggiungete lo zucchero, bianco, e il burro fuso ai tuorli e amalgamate il composto fino ad ottenere una densa spuma che gonfia.
Potete cantare, mentre lo fate. Anche una canzone triste può andar bene, anche se io vi consiglio un tema appassionato, che vi faccia ondeggiare leggermente i fianchi come sotto la presa di due mani amanti, così che chiudiate gli occhi in un movimento d’amorosi sensi.
Subito dopo, montate gli albumi a neve ferma. Che abbiano la consistenza di quella appena posata al suolo, e il suo candore.
[Luna era molto timida, e non cantava mai. Nelle foto di gruppo era sempre quella al margine. Indossava sandali con l’occhiello e lunghe calze di filo bianco. Si guardava sempre la punta delle scarpe mentre camminava per evitare che lo sguardo si posasse su tutte le rovine. Diceva grazie a tutti, belli e brutti. Il più delle volte, però, non diceva niente.]
Incorporate al composto il cioccolato e le mandorle, del lievito in polvere, un profumo di vaniglia e un cucchiaino di polvere di caffé. Solo alla fine, aggiungerete gli albumi a neve, facendo attenzione ad amalgamarli con delicatezza, con un movimento di polso leggero che non vi costi fatica, un lieve scorrere di nuvole, un bacio sulla tempia di un bambino.
[Luna, prima di andare a letto, baciava tutti, belli e brutti. Non c’era nessuno che le rimboccava le coperte, tantomeno che le raccontasse delle storie. Ma a lei la fantasia di certo non mancava, ché è una dote che necessita di silenzio e di rovine per svilupparsi al meglio. La ninnananna se la cantava da sola, nella testa.
“…Tu, luna luna tu, luna caprese
ca faie sunna’ l’amore ‘e nnammurate
adduorme a nenna mia ca sta scetata…”
Lo sapeva che Capri era vicina anche se nessuno ce l’aveva mai portata. Un giorno, di sicuro, ci darebbe andata. Ma avrebbe dovuto aspettare molti, molti anni. Seduta al tavolino di un bar della piazzetta, avrebbe mangiato una fetta di torta e forse, chissà, il cielo sarebbe stato nero nero bucato solo dal biancore stupito d’una luna qualsiasi. Se la sarebbe fatta bastare. Come una promessa.]
Il forno dev’essere caldo quando porrete lo stampo sulla gratella. A questo punto, non vi resta che aspettare. Il tempo lo potrete impiegare in molti modi mentre si spanderà nell’aria un profumo di paradiso.
Se avete un amante, fateci l’amore.
Se siete da soli, non siate timidi: cantatevi, sottovoce, una canzone.
Ma che sia una canzone d’amore quella che vi predisponga il palato alla dolcezza.

  1. prosa elegante. originale il controcanto tra “ricetta surreale” e “desolazione neorealista”. gli ingredienti s’animano di sfumature oblique, quasi nella speranza di tracimare *oltre*, giungendo a speziare/aromatizzare il silenzio marginale di luna.
    e d’altro canto luna (raminga come un cane che abbaia alla), non sorride per non spaccarsi le labbra, circonfusa nelle tue parole da un alone di empatica *pietas* che mai sconfina in lirismo di maniera.
    eviterei, verso la fine, di reiterare “tutti, belli e brutti”, (diceva grazie a/prima di andare a letto): un po’ disturba, ma vedi tu.
    ottima.

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