Il parroco – di Squonk


Non lo si vede tanto spesso, il Parroco, e in effetti qui dentro fa la figura della mosca bianca.
Quando arriva, con la sua andatura da prete di campagna che non è mai riuscito davvero a prendere confidenza con la città, il bar si ammutolisce. Intorno ai biliardi in molti iniziano a guardare con più attenzione il puntale della stecca, i gessetti blu vengono passati con attenzione maniacale, le partite si rallentano fin quasi a fermarsi.
Ai tavoli del ramino si spengono le sigarette, le carte scivolano invece di sbattere, le bestemmie restano in gola.
Lui sorride come un papà smarrito, saluta quel paio di uomini che conosce almeno di vista e va al banco, dove il Marco si asciuga le mani nel grembiule bianco e gli stringe la mano con deferenza. Chè c’è questo di strano, di questo posto dove ci costruiamo ogni giorno la nostra epica di periferia: che ‘sto bar, dove gesucristo passa di bocca in bocca e cade ogni dieci secondi insieme ai birilli della goriziana, vive e prospera nei sotterranei di una chiesa. Al piano di sopra le vecchiette sgranano il rosario, al piano di sotto i vecchi ubriaconi ed i randagi di quartiere tirano sera come sanno e come possono.
E lui, nei suoi vestiti neri un po’ lisi, preso da un imbarazzo che non è solo suo ma di tutti noi, sta lì a girarsi le mani, a rifiutare il bicchiere che il Marco gli offre un po’ per piacere e un po’ per dovere, in quest’aria sospesa e ferma che aspetta qualcosa e chissà cosa. Dopo un po’, dopo aver detto cento volte “bene, bene”, dopo aver fatto passare gli occhi miopi sulla copia spiegazzata della Gazzetta, dopo aver provato a capire – ma senza riuscirci – il tabellone del Fantacalcio, decide che il suo tempo l’ha fatto.
Saluta il Marco, saluta tutti quelli che vede nei dieci metri quadri che gli stanno intorno e che gli rispondono con un cenno che sta a metà tra il buonasera e il vaffanculo, e ondeggiando riprende le scale che lo riportano verso la cappella dedicata ai Tre Santi Martiri. Si riaccendono le sigarette, con un sospiro di sollievo il Gino tira una madonna in dialetto, il Roby tira il suo tre sponde e mette giù i soliti tre birilli in fila, brutto bastardo invincibile senza cuore.

  1. soprattutto il senso di smarrita incomunicabilità che permea il parroco (un non-verbo fatto carne, in pratica), che quasi per osmosi spande nell’ambiente al suo arrivo.
    ergo, come in uno specchio, silenzio disagiato (ubriaconi e randagi) e disagio silenzioso (dopo aver provato a capire) si riflettono d’incanto l’uno nell’altro.
    buona la prosa.
    bene, bene.

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