WunderBar – di varasca

Il mio bar ideale si chiama WunderBar. O ZanziBar, o MilliBar, EscoBar…
Il mio bar ideale è nella piazza principale del paese, ha una pergola di glicine davanti, che copre 2 file di tavolini da 3 sedie, ma nonostante la lunga panca in più lungo tutta la facciata, rimane lo spazio per stare in piedi, se si vuole.
Il mio bar ideale ha vetrate grandi, chi è dentro vede fuori come a sua volta è visto bene da quelli fuori.
Il mio bar ideale ha una luuunga fila di appendiabiti lungo la parete che porta al cesso. C’è anche la cappelliera, dove lascio lo zainetto.
Il mio bar ideale ha il pavimento in tavole grosse di legno. ovunque. Anche al cesso. Le pareti sono un casino, parte in legno, parte in piastrelle fino a 1,20 m., parte muro vero. Dappertutto scaffali di bottiglie. Qualche foto, qualche quadro, uno di una coppia in bicicletta, lei sulla canna.
Il mio bar ideale ha un arredamento alla cazzo, ma bello. Non ci sono 2 cose uguali, né sedie né bicchieri. ma non è fighetto, non ci sono divani, solo tavoli di legno su cui è permesso incidere oscenità e, al limite, amore. Ci sono poltroncine, qualcuna.
Il mio bar ideale ha il cesso molto pulito e così grazioso che in nessun avventore prevale l’indifferenza che fa sporcare. Ah, nell’ampio e accogliente antibagno c’è un libro bianco e una penna bic blu. Si può ammazzare l’attesa componendo versi, disegnando o lasciando messaggi. Spesso c’è la fila per leggere il libro, che è incatenato al termosifone. È la zona più vivace e frizzante (il cesso stesso, del resto, è un capolavoro di découpage che bisogna vederlo per capire!) (c’è chi gliela fa trattenere fino a casa, la pipì ai bambini).
Il mio bar ideale non è pensato per i bambini, ma nella piazza rotonda non girano le macchine.
Il mio bar ideale ha il soffitto alto, bianco, col fregio di stucco che fa il giro. Ci sono dei ventilatori a pale e spesso appaiono dei mobiles.
Il mio bar ideale è ben illuminato. Si può leggere, ci sono i giornali, e tutte le mie riviste preferite, soprattutto quelle straniere.
Il mio bar ideale mette sempresempresempre musica (da un computer collegato in rete, che se a qualcuno serve sapere a che ora è qualcosa, lo può fare), di sottofondo, ma ogni tanto anche a palla. La scelta sembra uguale alla mia playlist AAA.
Il mio bar ideale ha un biliardo all’americana, Asteroid e un vero flipper. C’è un calciobalilla, e NON ha slot-machines. Carte da gioco sì. E le freccette anche.
Il mio bar ideale non ha la tivvù, ma un palchetto.
Il mio bar ideale gradisce la presenza di bestie.
Il mio bar ideale gradisce la presenza di fumatori. D’estate l’aerazione naturale è ottima, d’inverno è ottimo l’aspiratore.
Il mio bar ideale ha sempre qualche stecca di sigarette sottobanco. Non si sa bene cos’altro ci sia. Sottobanco.
Il mio bar ideale serve gli spritz al metro, e non mancano mai le uova sode con la salierina.
Il mio bar ideale applica prezzi popolari, ma ha anche roba buona (e costosa). Ha una rispettabile scorta di birre e spiriti. E di succo di pera.
Il mio bar ideale ha la cassa su un tavolino tondo, vicino all’entrata. Il bancone fa pensare a un ristorante di sushi, con qualche inutile puttanata in più. Tipo macchinine in metallo con le gomme di gomma vera e un minimo di sospensioni.
Il mio bar ideale mi fa credito.
Il mio bar ideale fa toast, panini, piadine, bruschette e tartine. E ci sono i sacchetti di patatine con la sorpresa. E il distributore di gomme da masticare, quelle a pallina colorata. Fanno anche i frappé, i frullati e la cioccolata calda con panna. Dietro c’è una cucinetta, e può capitare la pepata di cozze alle 2 del mattino. C’è sempre qualche crudité o frutta, di stagione e secca. Ma bisogna chiederla, e quando finisce finisce.
Il mio bar ideale è sempre aperto.
Il mio bar ideale, se vuole, tiene chiuso senza menarsela + di tanto.
Il mio bar ideale è gestito da una donna sui 60 che ricorda quella di Baghdad Café; sta al bancone, ai tavoli e alla cassa. Nel cucinino c’è suo figlio sui 40 e ai tavoli la nipote, sui 18, assieme a chi capita fra i suoi amici. I ruoli non sono rigidi, i ragazzi, i particolare, amano cimentarsi con i cocktails. ci sono un paio di gattoni che girano, per i topi.
Il mio bar ideale diventa facilmente una sala da ballo. L’ostessa sa anche suonare il pianoforte, anzi: lo suona benissimo, quello scassaticcio verticale vicino alle piante (che sono veramente tante).
Il mio bar ideale non organizza nulla, nessun cazzo di torneo di niente. Niente partite di calcio, NO, neanche portando il videoproiettore da casa. Sì, sul tavolino in veranda contro il furgone bianco sì, cazzi vostri.
Il mio bar ideale ospita spesso piccoli eventi senza preavviso (in giorni e orari scelti con una certa malizia, comunque), chi c’è c’è.
Il mio bar ideale gradisce una clientela abitudinaria, che si conosce da sempre, o anche no, che non usa il cellulare per sapere “dove sei”, perché se non sei al bar, sei a far di meglio e sono un po’ cazzi tuoi.
Il mio bar ideale fa uscire gli amici sposati, non li lascia a casa di fronte alla tele o al computer mentre tutti gli altri ronfano; non tutte le sere. Fa uscire quelli soli, anche quelli che non stanno mica tanto bene. Ma non è mai affollato, né chiassoso. pieno sì, rumoroso anche, ma poi solo in determinate ore, sul tardi.
Il mio bar ideale è frequentato anche dagli amici morti. Giovanni e virginia, scott e billy, la tiotia e gli altri, tutti ottimi bevitori. Ectoplasmi, già nella veranda perdono un po’ i contorni, ma dentro si vedono e si sentono distintamente. Ovviamente nel fiore dei loro anni, bastardi 🙂

  1. dobbiamo farci una birra insieme, in un prossimo futuro, nel nostro bar ideale…nostro se ci aggiungi anche un biliardo frittelloso dove si gioca indifferentemente goriziana e boccette…

  2. cyb,
    ok, ma chi perde paga la birra, of course.

    tree,
    ci sei già, mi sembra 🙂

    zia,
    ti piace perché ti ricorda il bar di quella volta che hai preso solo una sanguinella e poi via, a grattare la schiena del mondo in un altro punto…

    maja,
    con calma, ché non so giocare né a boccette né goriziana, e qui rischio di dissanguarmi dissetando el paròn!

    nebbiolina,
    eppure, te lo assicuro, se ne può uscire in condizioni inquietanti, a dir poco 😉

  3. a metà tra amarcord e paradiso dantesco, per il piglio magico e irreale, che in qualche modo trasferisce in lemmi il tratto nebuloso dei tuoi acquerelli migliori.
    una narrazione arguta, seppur segnata dall’affetto e dalla nostalgia, che emerge forte in chiusa (laddove gli ectoplasmi si concedono al pensiero di ogni singolo lettore, assumendo anche le sembianze di altri nomi…).
    ma ecco pronto il guizzo, quel “fiore degli anni, bastardi”, che ricacciando indietro la lusinga d’un colpo di coda sentimentalista, abbraccia il senso vasco (nel senso di “reinterpretante lucio battisti in felicità”).
    l’anafora ossessiva andrebbe forse alleggerita, anche se la prosa resta comunque gradevole, con qualche buona sferzata.
    molto bene.

  4. danìsks,
    i cioccolatini con peluches penso di sì, se ti sono ideali 🙂
    di sicuro c’è il cioccorì.

    paròl,
    caz-accipicchia, prof! l’ho sfang-me la sono cavata così bene?!? fi-ganzo, grazie, ma.. non ho capito una cosa: le sferzate sono per me o sono io che gliele meno alla prosa? cioè, non si capisce..
    ah, eppoi, scuusi sa se mi permetto, ma c’è un’imprecisione: tratterebbesi di cafferelli 😉

    faròl,
    essì che se ne esce, se ne deve uscire il più possibile, sennò poi cazzo mi racconti? che mi hai visto ieri sera al wunder?
    anche a distanza, a volte basta sapere che c’è, che è lì.

  5. Per qualche anno il mio bar reale si chiamava davvero Wunderbar, e si trovava a Bielefeld, nel nord della Germania, e gradiva la presenza di bestie, io invece no, ma la birra era molto buona e la musica niente male.

  6. amoil,
    sai, ogni tanto, nei post qui all’Amalia, trovo un particolare del wunderbar; particolare che avevo ripescato dalla memoria, particolare inventato, e tantissimi sono quelli cui NON avevo pensato, e li vorrei inserire tutti.
    già. ma in modo magico, senza espandere gli spazi ideali, che amo immaginare contenuti, dopotutto 🙂

    vieen,
    sìssì, absolument! per te, per esempio, cosa ho dimenticato che te lo renderebbe IRRESISTIBILE?

    zia,
    freddino fuori ‘stasera, eh?…

    elis,
    a me quel quadro lì, sai cosa mi fa? mi fa ridere! io ADORO hopper, del resto è quasi inevitabile per chiunque viva questo secolo, ma è taqlmente perfetto che è divenuto – povero! – una sorta di icona, un classico del cazzo con tutte le derive commercial-ironic-boh di cui non è stato l’unica vittima.
    e sorrido anche per quest’altra cosa: hopper dipingeva una cosa un po’ squallida e anonima e una 50ina d’anni dopo quello stile è oggetto di venerazione vintage-retrò che… sarei io il primo a volerci entrare, estasiato 😉
    (l’immagine l’ha scelta maja, io ho mandato solo l’idealata: che ho scritto perché non riuscirei mai a disegnarla)

    aìta,
    cosa ti fanno? le bestie, intendo. oppure: che razza di bestie si aggirano a bielefeld?? eppoi: cosa cazzo ci facevi a bielefeld???
    infine e comunque: fra i pezzi veri del WunderBar c’è, magguardan’pò, proprio il nome :-)))
    esso esiste tutt’ora, ma fa soprattutto pizzeria, e trovasi ad asiago (VI) nel piazzale antistante il sacrario militare, detto l’ossario.

  7. A Bielefeld si aggiravano grandi pastori tedeschi tra i tavolini e occupavano le sedie dove io avrei voluto sedere; io lì ci facevo… l’amore, sono stato fidanzato per un decennio con una donna di quelle parti. Poi è finita, come capita anche alle bottiglie più gustose.

  8. E’ granbello questo pezzone e ci si perde molto volentieri e la voglia di aperitivo e quattro chiacchiere va via liscia da bestia.
    Ottimo, salute.
    Ubi

    ps proporrei anche un armadietto climatizzato giusto per qualche sigaro, mica tanti.

  9. ma è anche il mio bar ideale questo! proprio così, fumatori compresi purché ci sia un ottimo impianto di aerazione. La cosa più bella è il cesso pulito con l’antibagno… tante cose del tuo bar le ritrovo qui, in certe case del popolo della piana, in ognuna c’è un pezzetto di questo bar. Che sia buono il cappuccino, mi raccomando. E il caffè sia buono come sono belli i tuoi cafferelli.

  10. aìtà,
    du auch! 😉
    (beh, non in loco e non per tanto tempo, infatti – ke pekkatèn – non ho imparato la lingua..) essendo in baviera, i bar che ricordo erano birrerie dove nel tempo che questi ci mettevano a spinarmi una pils, al paese ne avrei scolate un paio. di medie. e… no, non ricordo canilupo etilisti 🙂

    delphì,
    come magari?!? cazzo, c’è già un boccale col tuo nome inciso, appeso a quell’affare sopra alle spine!

    hellstrom,
    prost!
    (burp)
    l’armadietto, neanche sapevo che esistessero. ma come l’hai detto si è materializzato vicino alla libreria in fondo. (e ho colto qualche sguardo preoccupato, fra le signore. io te l’ho detto.) :-))

    trià,
    grazie. sììì, il caffè è buonissimo, pare che abbiano un buon pusher, una torrefazione di non so dove, che gli arrivano i chicchi direttamente dal sudamerica. o era l’africa?
    la piana… a sapere cos’è e dov’è, sembrerebbe meritare un vero e proprio tour ;-)))

  11. La famosa ‘piana operosa’ di Sesto Fiorentino (case del popolo di Colonnata, Padule, Quinto alto, Querceto ) sei chilometri da Firenze, ai piedi del monte Morello. Le case del popolo (vedi anche Berlinguer ti voglio bene) sono realtà antiche e di grande valenza sociale, che ormai scompariranno con la generazione dei ‘maturi’ e dei vecchietti che fanno ancora volontariato servendo alla pizzeria. L’estate c’è anche la balera con orchestrina dal vivo. Meriterebbero di essere immortalate, documentate, celebrate, raccontate, prima che vengano tutte cedute a qualche privato e trasformate in supermercati.

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    …l’ostessa ringrazia…

    per averla “idealizzata”,

    per aver detto che suona benissimo
    il piano,

    per non aver detto che è lei
    ad aver “scassatticciàto”
    il piano.

    bisousidéaux!

    *Viva Maria
    di Dani Marshan

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