Puzzle – di vieenblues

E’ un puzzle che mi tormenta, per i suoi mancati incastri. Ci sono quei due pezzi che non riesco a collocare, e sballano il quadro d’insieme, sfigurandolo.

E allora rivedo tutto il film, inquadratura per inquadratura, e torno sull’ultima scena, alla moviola, e zummo, e poi vado a ritroso, e poi ancora carrellata, che si sfoca…E tutto si annebbia, e voglio indietro i soldi del biglietto, manderò una mail di protesta al regista.

All’angolo, in fondo a destra, c’è quel fotogramma grigio, dal quale partire per ricostruire tutto il rompicapo.

“Mi sono accorto di non amarti” me l’hai detto con voce atona e sguardo inespressivo. Perfetta concordanza fra linguaggio verbale e non verbale.  Sì, alla luce di quella dichiarazione si spiega tutto: il mio rincorrerti e chiederti scusa di ogni cosa, il tuo ritrarti schivo nell’abitudine rassicurante e prevedibile, i tuoi occhi wide shut.

Ma non si incastra con quella scena, che subito si materializza al ricordo fotografico con esasperante nitidezza : ““Amore, dammi un figlio”. Hai un’espressione estatica sul viso e ridi. Sei sudato e mi crolli addosso dopo avermi cavalcato con foga rabbiosa.

Beh, “amore” detto subito dopo il sesso si sa che non vale. A M O R E. E’ una parola onomatopeica. E’ il grido dell’orgasmo, che si incaglia fra a “A” e “ O” atteggiando bocca e figa a cuore. A e O sono femminili, però. Sono le donne che dicono “amore”dopo aver scopato.

Ma tu sei molto femminile, con la tua sensibilità esasperata e fragile , tanto che ti ho sempre detto che forse sei un po’ gay e  credo di essere un  po’ gay anch’io, perché mi piaci tanto.

“Figlio”, però, non è onomatopeico, e il pezzo di puzzle non combacia più.

Figlio per te è un desiderio inappagato, un auspicio che marcisce in una goccia di sperma avvelenato.

Ho abortito, e manco lo sai, o forse mi hai lasciato prima di saperlo, perché la consapevolezza del veleno affiorava alla tua coscienza. Ecco, il pezzo grigio del non amore ora si incastra col pezzo rosso del sangue, e della perdita. L’importante è trovare una spiegazione. C’è sempre una spiegazione. C’è sempre una spiegazione. C’è sempre una spiegazione. C’è sempre una spiegazione.

Le mani. Le tue mani tradiscono la spiegazione. Erano le tue, non le mie, incongruenti alla situazione.

Non te ne andavi. Stavi lì, e aspettavi che ti scacciassi io.

I camerieri ci ronzavano intorno come mosche moleste. Eravamo gli ultimi avventori del bar.

Due clienti importuni, che si attardavano inutilmente oltre l’orario di chiusura.

Sul tavolino i resti di un addio metropolitano: tazza vuota di cappuccino (mia), bicchiere di gin tonic (tuo) .

“Non mi muovo da qui. Non riesco ad alzarmi” ho detto . Era vero, mi tremavano le gambe, e avevo paura di cadere e non rialzarmi più. Vedevo già scene mélò da telenovela. Sirena di ambulanza, me pallida distesa sulla barella e te che ti pentivi di avermi fatto morire di dolore.

Invece no, non morivo. Ma non mi alzavo. Alla fine ho detto : “ Ti ho portato le chiavi”. Le ho tirate fuori dalla borsa e le ho posate sul tavolino, accanto al tuo bicchiere vuoto con la fettina di limone agganciata all’orlo. Le mie mani non tremavano. Erano mani di donna che lascia, non di donna abbandonata.

“Il tuo libro ce l’ho in macchina”: sembrava che mi chiedessi di tenerlo, per avere una scusa per rivedermi. Ma no, era un pensiero incoerente . Mi stavi lasciando, e non ne avevi nessuna voglia (di rivedermi ancora). “Vallo a prendere, per favore. “ Avevo ancora quell’assurda paralisi agitante. Non riuscivo a muovermi di lì. Mi sembrava di dover vivere per il resto dei miei giorni su quella sedia.

Mi avrebbero trovato ancora, i camerieri insofferenti, , il lunedì successivo, impietrita sulla sedia, come la madre di Norman Bates in “Psyco”. (“Ti è piaciuto Psyco, amore mio? Ci scommetterei che ti è piaciuto”).

Intanto tu ti sei alzato, hai pagato il conto, hai detto alla cassiera: “Ora ce ne andiamo”, con sollecitudine gentile. Sei uscito dal bar, poi sei tornato da me, col libro fra le mani .

E le tue mani tremavano. Non era un’illusione ottica da velo di pianto. No, tremavano proprio, in modo spudorato e involontario e inopportuno. Erano le tue mani, non le mie. Ed eri tu che stavi lasciando me, perché non te ne frega niente. ‘ Sto pezzo non si incastra, ma una spiegazione ci deve essere. C’è sempre una spiegazione . C’è sempre una spiegazione.

  1. il tavolino in fondo al bar, la panchina al parco, quando divengono il terreno neutrale per chiudere una relazione assumono toni d’un tetro angosciante.
    descrivi bene il peso di quella mancanza di parole, un vuoto assurdo.

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