Essere grassa anch’io – di pattymeet

Cosa saranno mai cinque chili in più? Ma certo.  “Stai benissimo, guarda che bel decoltè che hai”. Stronzate. Ecco, la gente dovrebbe accorgersi delle balle che dico quando comincio ad essere très chic. Per esempio, ieri. La sciampista mi fa tuttodunfiato: “Senti che dici-io ce lo metterei un balsamo per capelli crespi-o mio dio-scusa-ti ho dato del tu-e non avrei dovuto- invece m’ è venuto-è troppo-troppo confidenziale–ti ho mancato di rispetto-è che io non mi regolo mai-scusa–scusa-lo metto il balsamo, si?”.  E poichè la preziosa mistura mi sarebbe costata dieci euro la goccia, io ho pensato che si, effettivamente, nel servizio avrebbe dovuto essere inclusa quantomeno la formula di cortesia. Ad ogni modo, noblesse oblige, ed io, contessina dalla serica chioma, ho risposto così alla cerimoniosa sciampista: “Ma figurati,  fi-gu-ra-ti, cara, fai pure”. Così le ho detto. Falsa turbata e rigida. Ma très chic.

E oggi parlo di decoltè al bar. “Ma che bel decoltè che t’è venuto ma cherie” le dico guardandole il  doppiomento che, penso, potrebbe fare a gara, e vincere, con quello del povero zio Gigetto allevatore di maiali –non che c’entri nulla, ma insomma fatemelo scrivere- defunto per cause connesse ad obesità. “Si, almeno adesso ci ho una quarta piena”. Prima di assestarsi sullo scranno da bancone si toglie le mutande dal mezzo delle chiappe e poi ordina. “Un tramezzino carciofini e maionese”. 

Io sto zitta. Che devo dire? Come si fa una chiacchiera da bar? Essere amabile, togliersi dalla testa il fatto dei chili in più –non guardare, non guardare i suoi burrosi fianchi- di mio zio Gigetto –ad esser grassi si schiatta facile- inclinare la testa, fare occhioni grandi grandi. La mia lingua disperando vacilla. Potevi almeno ordinare un’insalatina razza di ingorda. E mi domando: sono ancora bella? Sono pur sempre bella? Alla fine la domanda importante è questa: che ci facevo dentro casa musona e depressa quando avevo ventanni e la pelle liscia? Quando non dovevo tendermi le rughe con strati di acido ialuronico? Perchè solo adesso mi sono convertita alla vita mondana? Non che sia divertente stare in questo bar di paese ma, chessò, laggiù almeno c’è uno che mi fissa. Adesso che sono tutta sfatta e meno tesa. Potrei comunque farmi offrire una birra. Se fossi una ragazza vivace e alla mano. Un martini, se volessi sentirmi meno provinciale. Un porto, invece, ingannerebbe chiunque. Potrei sembrare mondana ed allo stesso tempo irrimediabilmente depressa.

Oh, ma lo so. Questo e’ un discorso ozioso. Chissa’ invece quali temi interessanti sta affrontando la nostra amabile conversazione da bar. Ecco qua: lei e Giorgio affitteranno casa in centro per stare vicini allo studio dove lavorano, lei e’ divorata dall’ansia -che ci vuoi fare è questo maledetto lavoro che ti consuma-  infatti ha la colite spastica e stamattina per il nervoso s’e’ bevuta prima una spremuta poi un te freddo poi un te caldo e infine un lattecaffè. Ha smesso di fumare perche’ vuole un figlio e vuole che ci iscriviamo in palestra insieme. Ed io? Io vorrei che si pulisse la bocca. Ha della maionese sul labbro.  

Voglio dire, o divento très chic oppure non so di che parlare. Posso dire adesso, per esempio, quelle cose pallose che mi vengono quando non so che altro dire, i miei cavalli di battaglia,  tipo viva le raccolte punti, i telesondaggi, le vacanze premio? Lo posso dire? Posso dire che siamo tutti parte di una vita grama con progettualità modeste e consone ai nostri spiriti pusillanimi? No che non posso, mica sono con il mio psicanalista. Questo è un’ evento sociale -siamo in un bar, qui si somministra e si comparte la vivanda, si tira l’orecchio al solitario- questo è un bar e la gente tenderebbe a prendermi sul serio. La mia amica fa un sorriso morbido: “Che bello vedersi, dovremmo farlo più spesso”.

Certo, a volte risulta eccessivamente tedioso annuire senza capricci a questa gioia ebete. No. Non dire ebete, cretina, non per è per questo che fai psicoanalisi; la gioia e’ semplice. Semplice. Questa gioia semplice. Fare cose senza trovare nulla da ridire, vivere senza lamento. E penso che forse mi piacerebbe, per un giorno, un giorno soltanto, essere grassa anch’io. Cosa saranno mai cinque chili in più? Ma certo.

Fanculo la psicoanalisi. Stronzate.

  1. Le offrirei un aperitivo qualsiasi, elaborato, però, di quelli con l’ombrellino e l’ananas sullo stuzzicadenti.
    e sorvolerei sul fatto che possa ‘distrattamente’ attingere ai canapès e alle patatine come una pianta carnivora…;-)
    Gli è che, come dissi da altre sue parti, ho un debole per il suo modino di scrivere che è sulfurea ironica eutanasia di pensieri conformisti…;-))
    complimenti dal barman…;-D

  2. prosa vivace e ben lubrificata/ingrassata da p’ungente e sano cinismo.
    financo l’io narrante ne esce tridimensional-mente tragicomico e bastonato (sia che replichi, che taccia o che lo sappia), concedendosi alla complessità della natura umana troppo umana, così da lasciarsi portare in giro sull’autoironia decappottabile di “quello laggiù che ti fissa”.
    ché, in fondo, di semplice, a questo mondo, c’è solo il certificato in carta senza bollo.
    e forse neanche quello.
    molto bene.
    (occhio, refusi: un’evento; non per è per)

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