La Reclame del Brodo Star – di Daniela Raimondi

Ieri ho visto Dio passare per strada.
È entrato nel bar.
Gli tremava la mano
e aveva una ruga sulla fronte,
nera,
come una ferita vecchia.

Gli ho servito una birra.
Lui mi ha detto che un giorno
aveva avuto una donna.
Era la moglie ideale:
una madonna dagli occhi feriti
e la bocca di gesso.
Fingeva di non sapere delle altre,
di quella che lui si scopava tre piani più sotto
o la collega bionda
che gli succhiava il sesso come nessuna:
“quello non era peccato. Era un dono del cielo.”

Io imbottivo panini,
lavavo i bicchieri.

“Mia moglie aveva il sorriso
della reclame del brodo star” – mi diceva.
Diceva anche che il sesso
lei lo teneva chiuso in un astuccio rosso.
Glielo offriva al sabato sera,
quando tornava a casa ubriaco
e le montava sopra senza baciarla.
Una ragnatela che si posava sul cuore.
Una tristezza che…

qualcosa di amaro.
Come una voglia di far violenza
a quel corpo docile;
e anche per lui, per il suo cuore malato,
mai tanto solo
come quando lei gli faceva l’amore.

  1. tutto da guStar, codesto brodo primordiale.
    muove facendo carne il verbo e il verbo carne: chi è Dio?
    sappiamo ch’egli (sentendosi uno e trino) si scopa una madonna, assieme a quella che sta tre piani sotto e alla collega bionda.
    sappiamo che è etilista (ferito da cadute in stato di ebbrezza e tremante di neuropatia alcoolica), che non è abile a fingere di non sapere e che la vita gli porta in omaggio sul bancone oro incenso e birra.
    l’io narrante imbottisce panini di-versi con storie di vita, rimaste incrostate ai bicchieri. e lo fa con trasporto asettico (equilibrismo ossimorico meritevole di plauso).
    nel senso che assieme all’inevitabile senso di repulsione evoca nel lettore un empatico sentimento di “pietas” per quel *tutto il sapore di casa mia* che sa di vomito rappreso e ragnatele *amare*.
    povero Dio… la vita è assai difficile financo per lui.
    da un punto di vista formale, quattro come in una singola poesia, seppur prosastica (aarrgh! odio i comedoni) m’appaiono forse troppi (ne casserei almeno uno, direi quello di “come una voglia di far…”, ma vedi tu).
    la chiusa è forse il passaggio più debole: “per il suo cuore malato” naaahh dai, non è in tono con la levatura del resto, vieppiù leggendo “come quando” il cervello mi parte per la tangente sillabando “come quando fuori piove” (mmm… magari è un mio problema, quindi come sopra, vedi tu).
    ottima, direi (cera grey).

  2. s’è evocato ai miei occhi un bancone da bar americano, d’anni quaranta, con il barista confessore che raccoglie confidenze e peccati:
    il barista di “Giorni perduti” di Wilder con Ray Milland.
    mi piace qui il dio cliente fragile ribaltato a somiglianza del genere umano, e mi piace il barista confessore che si carica la schiena dei peccati del mondo senza allontanare l’amaro calice.
    sempre di qualità ottima, Daniela.

  3. Grazie, Parolaia per la tua attenta critica che probabilmente riconosco come valida. Forse i come sono troppi. Troppo tardi, comunque, visto che il testo è pubblicato in un volume. Terrò presente in caso di una seconda edizione. Nel frattempo ti ringrazio per il tempo che hai dedicato ai miei testi.
    Grazie di nuovo a Cyb per avermi ospitata in questi lidi e a tutti i lettori.
    daniela che non ha fatto il log in.

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