Pappardelle col sugo di cinghiale – di fuoridaidenti

C’è un cono di luce rossa alla parete. Eccetto questo, e il video del pc, tutto il resto è nel buio e nel silenzio. Stasera ho mangiato pappardelle col sugo di cinghiale. Non quella roba che compri bell’e fatta, il cinghiale è stato cacciato dal mio amico. Era un maschio e pesava più di un quintale. Prima di crepare gli ha sbudellato due cani. E’ successo l’autunno scorso, durante una battuta. Io ritornavo a casa dall’ufficio ed ero in cerca di un parcheggio. Ho riconosciuto il suo fuoristrada, era su un lato. Qui sotto c’è l’ambulatorio veterinario. Il mio amico ci aveva portato i cani a ricucire. “Gli tenevo i budelli tra le mani”, mi dice, “caldi, li sentivo ribollire. Il problema è che i cani, una volta assaggiato il sangue poi non demordono. Si fanno sbudellare, piuttosto”. Il cinghiale era andato a finire in uno spiazzo; moribondo, i cani tutt’intorno, si è fermato, oramai era spacciato, ogni respiro gli zampillava intorno un sangue nero. Si è difeso fino allo stremo in quello spiazzo. Aspettava gli attacchi. Tanti gliene andavano addosso lui li sbuzzava. Quel cazzo di denti che hanno i cinghiali sotto il grifo. Il mio amico lo ha freddato. Gli ha tirato un bel colpo a bruciapelo. Poi lo ha castrato. “Subito, altrimenti è immangiabile” mi ha detto. E poi lo hanno squartato e se lo sono diviso fra i compagni. La sua parte l’ha messa a frollare nel congelatore. Insomma, stasera sua moglie ha cucinato le pappardelle. Squisito il sugo di quel cinghiale. Ci siamo bevuti una bottiglia di Amarone. Quindici gradi, un bel profumo intenso e pieno. Poi, con la carne alla brace (due salsicce, un po’ di coste di maiale) ci siamo scolati una bottiglia di Barolo. Non ricordo che marca fosse questo Barolo, ricordo che c’era l’immagine di Ligabue. Il pittore. Antonio Ligabue. Ottimi entrambi, sia l’Amarone che il Barolo. Io sono tendenzialmente contrario alla caccia, ma poi mica tanto, o perlomeno non lo so. Ho già scritto in passato di morti industrializzate e mattatoi. Se fossi stato un cinghiale, quel cinghiale, e certe volte lo sono e sono trota, e sono cane e lupo e fiuto l’aria e sento il vento e la pioggia e l’ombra e l’insidia della morte, non sarebbe poi stata una fine del cazzo in mezzo ai cani. Sordo a me stesso e  a tutto quanto intorno, vendere cara la cotenna. “Non credo che i cinghiali siano paurosi” – dice il mio amico – “tanti ne ho fatti fuori, qualcuno l’ho finito col coltello, all’arma bianca. Nessuno che si fosse mai cagato sotto, e tantomeno pisciato”. Montagne di carne che non vale una parola né un pensiero. Si consuma, finisce nel nulla di una fogna. La furia, almeno lasciatemi la furia. Prima del nulla. L’ebbrezza di un orgasmo nero primordiale.

  1. spiace che parolaia di fronte alla narrazione diaristica si paralizzi e non riesca a dire altro, perché il testo è scritto con un gusto per la parola che rende vivi i fatti

    (io me lo ricordavo bene, anché perché quella di Calma è una prosa che rimane impressa nella memoria)

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