Perdersi – di Dario Carta

Non credo intendessero questo, ma in una pubblicità di un’automobile, lo slogan di chiusura, recita: “siete ancora capaci di perdervi?”. Beh, alla fine sono arrivato.

Ogni volta che cerco una strada, un locale, un posto, un cliente, non c’è verso che io la imbrocchi al primo colpo. E quando invece accade, assuefatto allo sbaglio, finisco per cambiare deliberatamente rotta e mi perdo comunque.

Ma forse, nel senso di quello slogan, è proprio questo il gusto, no? La capacità di provare una soddisfazione nel ritrovarsi o, in generale, nel ritrovare una via corretta per raggiungere l’obiettivo.

Mi ci hanno invitato ed ho accettato solo perché so di trovare un posto ed una compagnia degni del mio carattere. Sì, perché io in fondo non amo i bar, ma apprezzo molto le osterie. Quelle poche dove ancora si respira un’aria di vita sofferta – forse meglio dire “gustata” – dove ci si siede ad un tavolino con una tovaglia a quadri, con tovaglioli di carta e odore di vino sfuso.

Se ti guardi in giro ormai anche anche le topaie ti sfornano piatti di cucina novella, con camerieri incravattati e con tovaglie di stoffa simil-pregiata. E se il dubbio gusto della presentazione incoerente all’ambiente non ti provoca abbastanza prurito, arriva poi il conto da ristorante-cinque-stelle a risolverti ogni eritema. E in quei posti non serve nemmeno ordinare un piatto, basta un aperitivo in piedi, al banco, e già ti strappano pure le mutande. Perché ormai l’aperitivo è un lusso che ci si concede, dove puoi, se sei fortunato, stuzzicarti con pasta fredda, salatini, patatine ecc. ecc. ecc. E finisci per pagare come per una serata in pizzeria. – Hey, ma io avevo chiesto solo un crodino!

Ma no, l’osteria è un posto dove devi bere un bicchiere di vino, dove devi assaggiare quello della casa, dove devi assaggiare i salumi e i formaggi della casa, dove devi mangiare il dolce della casa! Insomma, devi sentirti a casa. E io a casa non mi metto in giacca e cravatta. Magari non dico di venire in osteria in mutande, ma almeno di vedere facce che non siano di plastica, di sentire odori gradevoli e di scambiare due battute. Con leggerezza. Anche con il primo sconosciuto che diventa subito un amico.

Eccomi qua, dove voglio essere. Tra amici.

              contributo fotografico di Dario Carta

  1. stavo anch’io pensando, poco fa, scorrendo le “cartoline” e le storie, che mi sentivo un po’ come la Marianna di Petarda: se frequesntassi un bar sotto casa forse fare fuori lo psico. Ma una cosa tranquilla, fatta anche di silenzi–

  2. brano su due livelli.
    su un piano colloquiale, viva l’osteria, il dio cr’odino tra amici, i crucci sul caro euro e sulle moderne nosterie. quindi bene.
    ma qui m’aspettavo di leggere una storia.
    quindi non so.

  3. più una pagina di DiARIO che altro…
    ma le tue remore son più che giuste, epperò, l’estinzione dell’osteria non è citata dal wwf, tuttalpiù puoi trovare qualche accenno tra gli alcolisti anonimi 🙂

    bai bai
    Ettore

  4. Hai notato come siano tornate in auge le locande, le osterie, le trattorie et similia?
    La gente vuole sentirsi a suo agio, non ne può più di nouvelle cuisine, di ristoranti a 4 stelle, di quattro paia di forchette e coltelli a destra e sinistra del piatto e ….
    Bravo.

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