Juke box – di ireneladolce

C’è la musica, è normale che ci sia. In tutti i bar c’è un sottofondo più o meno frastuonante. Dal volume puoi farti un’idea dell’età media degli avventori: quanto più è alto tanto più si riduce. Se avete capito la relazione, bene, altrimenti non vi aspettate che la spieghi. Posso lasciarvi solo un indizio dicendo che io ho quasi cinquanta anni e mi sento a mio agio quando la musica gestisce il sottofondo dei pensieri, li addomestica oppure li esibisce con discrezione, tipo sfilata di pret a porter, con un sentimento per ogni corda.

“sotto un cielo di stelle e di satelliti
tra i colpevoli le vittime e i superstiti
un cane abbaia alla luna
un uomo guarda la sua mano”
(*)

Con questo volume mi sento a mio agio. Ma il volume nella vita non è tutto, è solo un prerequisito. La sostanza è il contenuto, come per i bicchieri. Il livello non conta se non sei sicuro di quello che stai per bere. Una pinta di acqua può renderti infelice per una notte intera, mandarti su e giù per la strada verso il cesso, come una mezza anguria divorata alle undici di sera. Due gocce di grappa a fine serata, invece, possono renderti felice fino all’oblio. Qui c’è la differenza tra il livello e la sostanza. Lo stesso è per la musica.

“ma l’unico pericolo che sento veramente
è quello di non riuscire più a sentire niente”
(*)

Questo posto non è male. La musica si rimescola quieta, proprio come i miei cinquanta anni di solitudine. Lo so, è una citazione scontata, c’è chi ne ha fatti più di me e li ha descritti pure meglio.  Ma non mi offendo se qualcuno lo sottolinea, non sono un tipo permaloso. Non sono nemmeno uno scrittore. Sono solo un tipo sulla cinquantina in un bar, con davanti una mezza birra senza troppe pretese. Mi accontento di un contenuto discreto al giusto livello.

 “io lo so che non sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango”
(*)

Però Jovanotti non mi fa impazzire. Questo rap nostalgico animista, tutto peace in the world, con i pantaloni stracciati da vecchio ragazzo povero non mi fa impazzire. Se potessi scegliere cambierei stazione radio.  Purtroppo qui non si può cambiare. La stazione radio la sceglie il barista. Nei posti più “in”, il gestore manda la sua musica preferita, scegliendo quella meglio che si accorda con l’atmosfera. Per cui se ti va bene il bar ti va bene anche la musica, e viceversa. Questo però, non è in posto “in” e ci si accontenta della stazione che fa meno schifo. Il dito spesso cade su quella che fa meno pubblicità. Nell’un caso e nell’altro, non c’è scelta. Puoi cercare il posto che si adegui meglio alle tue inclinazioni musicali, ma non sognarti di scegliere la musica che rende tuo quel bar.

Una volta c’erano i juke box ed era un’altra storia. Nel momento in cui il silenzio sovrastava le tazzine bollenti e le ombre di rossetto sui bicchieri, tu andavi vicino all’apparecchio, strisciavi il dito unto di patatine sopra il vetro e poi sceglievi. Silenziosamente sospeso sul fruscio della selezione, rimanevi fermo con le braccia divaricate sul mondo della scelte disponibili, mentre la luce bluastra si rifletteva in maniera spettrale sul tuo sguardo intenso. Per un attimo ti sentivi potente come Fonzie e tanto bastava. Quando il juke box cominciava a suonare ti allontanavi ciondolante verso il tavolino che ti aspettava riverente con un bicchiere a metà.

 “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo.” (*)

Ora, invece, mi tocca sentire Jovanotti se va bene, Baglioni se sono allegro e  le Spice Girls se sono triste. Senza possibilità di scelta. L’alternativa sarebbe andare a casa e riabbracciare la mia beata solitudine. Si può bere un bicchiere anche a casa, non c’è dubbio, basta avere una bottiglia non completamente vuota e qualche attrezzo per raccoglierne affettuosamente il generoso liquido.  Io, però, ho paura di andare  a casa. C’è qualcosa di inquietante in questa idea. Forse è questa maledetta canzone in sottofondo oppure la seconda mezza birra, che in totale fa una birra intera. Sono stato sempre abbastanza portato per la matematica, un po’ meno per la poesia. Ancora meno per la compagnia.

“Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo.” (*)

L’idea di non essere solo anche quando sono solo mi inquieta non poco. Immagino una miriade di occhi bluette che mi spiano come tanti piccoli juke box attraverso la persiana abbassata della mia cucina. Per questo preferisco venire in questo bar, con i tavolini in alluminio ed i giornali del mattino stropicciati sul bancone. L’ometto con i baffi che sta dietro al bancone è ben disposto a sopportarmi, almeno fino all’orario di chiusura. Non mi chiede nulla, non vuole fare conversazione a tutti i costi, mica come nei film americani. In Italia i baristi normali si fanno i fatti loro, così posso stare in mezzo alla gente e sentirmi finalmente solo. Per questo vengo in questo bar, per evitare gli occhietti bluette tra le fessure delle persiane. Io voglio solo stare solo.

Io voglio che finisca questa maledetta canzone.   

“Mi sono alzato, mi son vestito
e sono uscito solo solo per la strada.
Ho camminato a lungo senza meta,
finché ho sentito cantare in un bar.”
(**)

  

(*) “Fango”, Jovanotti
(**)
“La compagnia”, L. Battisti

  1. brano un po’ ruffiano nel senso che pare pescare nello stagno della memoria generazionale il *mitico* alla fabio fazio.
    più che buona la prosa.
    un bel sussulto nel paragrafo finale per gli occhi bluette scortati dal sano cinismo di “posso stare in mezzo alla gente e sentirmi finalmente solo”
    bene.

    (ps: invece di “quella meglio che”, direi “quella che meglio”, ma vedi tu)

  2. sì, credo di comprendere.
    il concetto di solitudine è quanto mai soggettivo.
    il luogo deputato per annegare la solitudine, sopportarla, alimentarla, amarla, può essere oggettivamente, invece, il bar con tutte le sue contraddizioni.

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