Il barista di via San Donato – di Carlo Molinaro

Le due meno venti del pomeriggio del sedici gennaio, fra poco vado dal dentista. Piove ancora ma è uscito un raggio di sole; quando piove con il sole si dice che le streghe filano– così mi hanno raccontato. Il grigio del cielo si è spezzato e i tetti luccicano: li osservo qui dalla mia finestra al quarto piano, alto quanto basta per scavalcare appena la casa di fronte e vedere il campanile di Santa Zita.Il barista di via San Donato probabilmente è morto. No, diciamo che sicuramente è morto, anche se nessuno, naturalmente, me ne ha dato un annuncio ufficiale. Dev’essere successo fra Natale e Capodanno. Andavo spesso lì a fare colazione perché costava meno, un euro e cinquanta cappuccino e cornetto. Quando ci sono entrato la prima volta in questo gennaio lui non c’era e si capiva che era accaduto qualcosa. Poi due o tre giorni dopo ho sentito il figlio che ne parlava al passato. Il figlio è strano, ha sempre una faccia così inespressiva. Adesso il bar lo gestisce lui con un aiutante nuovo che è arrivato. La colazione non costa più un euro e cinquanta ma due euro che è il prezzo degli altri bar della zona, quindi non andrò più lì perché non c’è più nessun motivo per farlo.

Il barista che dico non era lì da tantissimi anni. Forse quattro, non so. Prima di lui il bar era gestito da una coppia anziana, mi ricordo lei, bruna e bassotta, liscia e vispa per la sua età.

Il barista che dico era napoletano o di quelle parti. Non era vecchissimo, aveva poco più di sessant’anni; non scoppiava di salute, aveva i suoi acciacchi, ma tutti i giorni era lì al bancone. Era ironico, con una malinconia bonaria, vagamente alla Troisi; faceva i suoi commenti sulla vita e sul mondo ma sempre con molta discrezione. Ad aiutarlo da un anno in qua c’era una donna romena sui quarant’anni, con la quale scambiavo qualche battuta in romeno appunto. Anche in un altro bar di via San Donato, gestito da un signore anziano simpatico con i capelli bianchi lunghi e il codino e la pelata, da un po’ di tempo c’è un’aiutante romena. C’è anche una gatta nera un po’ spelacchiata. In questo secondo bar a volte prendo un cappuccino, non frequentemente, ma dato che comunque in dieci anni ci ho preso sempre solo cappuccini, quando entro mi preparano un cappuccino senza che io dica nulla. Adesso mi sono abituato così e non oserei mai prendere qualcosa d’altro, è il bar del cappuccino, se voglio un caffè vado da un’altra parte. Ma non divaghiamo.

Il barista che è morto è morto abbastanza all’improvviso, perché sì è vero che non scoppiava di salute, ma la vigilia di Natale, o se non era la vigilia era l’antivigilia, stava tranquillamente al bancone.

Non so il suo nome e tantomeno il suo cognome. Non sono di quelli che dopo due o tre volte in un bar captano tutti i nomi. A me non riesce. A dire il vero non so nemmeno come si chiami il bar. L’insegna verde luminosa dice solo BAR. È accanto a un fotografo che sviluppa i rullini e fa le stampe a un prezzo conveniente. Nel bar c’è un davanti con il bancone, qualche tavolino e due macchinette mangiasoldi (ormai le mettono dappertutto, è il casinò dei poveri, dove puoi rovinarti a cinquanta centesimi per volta), e poi un dietro con un biliardo. Tutto un po’ vecchio e un po’ normale.

Ora questo barista napoletano che è morto mi manca ogni tanto, ma così, non è che ci penso troppo, non è che lo conoscevo d’amicizia, di confidenza. Però è andato, così, è andato. Forse i baristi che invecchiano mi colpiscono un po’, in fondo l’incipit dei Quaranta frammenti dice «Il barista di via Valperga è anziano». All’epoca abitavo vicino a via Valperga. Adesso abito vicino a via San Donato e il barista di via San Donato è morto.

Uno dei baristi, perché in quei due primi isolati di strada, da piazza Statuto in qua, ci sono aspetta che conto, uno, due, tre, quattro, cinque, sei bar mi pare, e poi un chebabivendolo, una pizzeria, una focacceria e un ristorante cinese, e poi gli altri negozi naturalmente, fra cui un fruttivendolo la cui figlia è amica, l’ho scoperto l’altro ieri, della «lei» della poesia di Clara nel messaggio n. 222. Il mondo è piccolo. E oltre a essere piccolo, è volatile, si perde, va. Però è anche grande. E poi è anche bello, certe volte è proprio bello, no? Basta, sono già le due e cinque, vado dal dentista.

  1. In effetti è un diario: l’ho preso pari pari dal mio blog, e il mio blog è un diario, prevalentemente un diario. Altro non avevo su bar, a parte qualche antichissima poesia, e non mi è sembrato il caso di modificarlo per cercare di trasformarlo in un racconto vero!

  2. accade che ci si possa sentire particolarmente vicini a qualcuno che si frequenta quasi tutti i giorni, del quale non si conosce neanche il nome.
    e quando questo qualcuno muore, possono venire fuori riflessioni-necrologi davvero delicati …

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