Dalle 6 alle 2 – di Herzog

Cenzo sollevò d’un colpo la saracinesca che il giorno ancora non era iniziato. Questa volta toccava a lui spiegare, dire cose. Detestava tutto questo, ma altra scelta non c’era. Tra non molto, lo sapeva, sarebbe arrivato Tonio. Entrò nel Caffè con una bestemmia scordata a metà, lasciando fuori notte e gelo.

 
La colazione sarebbe risultata perfetta, soltanto ventiquattr’ore prima. Adesso, il pane era raffermo, il caffè era l’avanzo della sera prima e il latte era scaduto da un giorno.
Strano che mia moglie non se ne sia accorta, pensò Tonio, mentre i suoi piedi ancora in ciabatte gelavano per gli spifferi che passavano dagli infissi crepati della cucina.
Aveva sognato, Tonio.
Era da quarant’anni almeno che non pensava più a quell’amico. Erano stati ragazzi insieme, nella stessa casa di ringhiera. Tutto il giorno in strada e tra i cortili. Poi più niente. Qualcuno, molto tempo prima, gli aveva detto che forse l’amico era morto, ma la notizia era scolorita e vaga, e a Tonio non aveva fatto molta impressione, Ma ora l’amico aveva agitato il suo sonno.
Dopo colazione, infilò sotto la canottiera di lana alcuni fogli di giornale per proteggersi da quello che sarebbe stato il giorno più freddo dell’anno. Questa volta sua moglie non si alzò a salutarlo, come faceva di solito. Troppo freddo, forse, e poi non erano ancora le cinque del mattino.
In cortile Tonio tentò di aprire il lucchetto con cui aveva assicurato la bicicletta, ma il freddo aveva bloccato il meccanismo, e il metallo ghiacciato gli scottava i polpastrelli lasciati indifesi dai mezzi guanti. Le strade erano comunque troppo gelate e buie, quella mattina in fabbrica non avrebbe potuto andarci in bicicletta.
Camminò piano fin alla fermata del tram, assicurandosi con una mano ai muri della case per non scivolare sul marciapiedi coperto di ghiaccio. I suoi piedi crocchiavano sulla crosta dura, il suo giaccone crocchiava sopra i fogli di giornale. Era lui il centro perfetto di ogni rumore al mondo; d’intorno, il silenzio completo e bianco.
Il tram che portava agli stabilimenti era un’Italia a scartamento ridotto. Nella parte anteriore c’erano i napoletani, che già a quell’ora ridevano e parlavano forte con tutti. Al centro i siciliani, che parlavano a voce piana e solo tra di loro. In fondo c’erano poi i calabresi, che non parlavano mai con nessuno, e il loro silenzio aveva profilo d’Aspromonte. Per qualche fermata viaggiarono con loro anche alcuni zingari dagli zigomi alti e i denti d’oro, ma scesero ai Mercati Generali, ad aspettare borse e portafogli. Tonio restava in disparte, a guardare la città immobile che si raccontava a fotogrammi dai finestrini.
Ai cancelli del Reparto Presse c’era gente. Un picchetto, che lasciava uscire quelli del turno di notte ma non faceva entrare gli operai delle sei. Sua moglie non sarebbe stata contenta, stavano risparmiando danari per comprare una lavatrice automatica. Tonio allora non le avrebbe detto nulla. La giornata l’avrebbe passata in giro, da qualche parte, per rincasare poi all’orario d’abitudine.
Stringendo bene il bavero del vecchio giaccone risalì la città lungo il fiume che respirava nebbia. Le strade erano un patina lucida, e rispecchiavano una città capovolta e doppia.
Dopo un’ora di gelo si ritrovò nel quartiere in cui era nato, laggiù lungo la Dora, tra le case vecchie di ringhiera. Non era mai più tornato lì, in tanti anni, e adesso i suoi passi incerti e scivolati lo avevano guidato docile e distratto.
Il freddo aumentava, e Tonio entrò nel primo locale aperto.
Un caffè corretto grappa, ordinò con lingua intorpidita e la voce tagliata dal gelo. Quando l’uomo al banco si voltò verso di lui, non durò fatica a riconoscerlo.
Cenzo, sei proprio tu. Dopo tutti questi anni. Non lo si può mica credere, ma giusto stanotte ti ho sognato.
Ciao,Tonio, rispose l’altro, mentre correggeva generosamente la tazzina di caffè.
Cenzo, questo è un giorno strano, con tutto il gelo, e i tram e la città ferma, e lo sciopero, e i sogni, e adesso tu. Dimmi di te, dev’essere bello lavorare in un Caffè.
Lo detesto, rispose Cenzo. Non sopporto né caffè né liquori, e tanto meno i clienti.
Ma allora, perché? domandò Tonio
Perché in fondo l’inferno è uno spazio individuale, un’occasione personale in cui ciascuno sta male a proprio modo, inseguito da caffè e liquori, oppure da colazioni rafferme, da lucchetti ghiacciati, dal gelo e dalle lavatrici.
Le ultime parole le disse però piano e voltato di spalle, e forse Tonio non volle sentire.
Adesso vado, Cenzo, che da qui casa mia è lontana.
E’ lontana, sì. Molto lontana, rispose Cenzo, versando ancora un po’ di grappa nella tazzina.

(credits: gli elementi del racconto sono dono munifico del Signor Direttore dell’Hotel Messico, via fervida mail. Qui ci si è limitati a un lavoro di cucito a filo grezzo)

  1. il cerchio onirico (cheppoi pare essere una metarealtà ultraterrena) s’accenna in incipit nello (“strano che mia moglie”, oltre che nel sogno dell’amico), venando d’inquietudine la lettura.
    la struttura del racconto è ben congegnata e si chiude collocando ogni tassello nel suo non-posto giusto.
    bello il viaggio in tram. qualche passaggio un po’ legnoso nella prosa (“gelavano per gli spifferi che passavano”; “ma la notizia /ma l’amico”).
    particolare il freddo rigor-mortis che fa da filo conduttore ad una personale re-visione solipsistica dell’inferno. molto bene.

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