Barrios de Luna – SiciliaL

Oggi prendiamo noi il treno. Poi.
Io, il cane imminente, il bambino.
Non c’è nessuno sulle banchine. Le luci di neon che fanno “c a f é   b a r”. Il cartello dove si legge in bianco “Toral de los Guzmanes”, noi che camminiamo la stazione vuota, una ragazza coi capelli quasi bianchi, se ne vedono molte così nelle montagne, salgono mute dal Nord, si mischiano un tempo breve con la gente moretta qua, poi una ritorna al mare natale.
C’è dentro la cabina l’uomo che mi sostituirà nel lavoro con le carte e la donna del bar, nel bar. Un bicchiere d’acqua che trasparenta la stanza minerale, la tazza del caffè scheggiata, un portacenere di lattone ammaccato con una sigaretta appena spenta. Nella circonferenza piana dell’orologio appeso contro il cielo pallido le lancette marcano le 3.20. Come il treno arriverà in ritardo –il casellante ha fatto un gesto dalla cabina che può volere dire, mezz’ora tardi, ora e mezza tardi – siamo andati alla spalla della casa, alla panchina che c’è lì, tra le erbacce, a guardare il panorama dell’aria, se ci sono nuovi. In una corda tra due pali chiavati storti nel campo a sinistra, attaccato tra gli stracci del bar, un vento polare gonfia un vestito di tulle rosa, come quelli che fanno sembrare cavoli cappucci alle bambine nel battesimo. Lo gonfia, lo lascia cadere disabitato. Nella seconda linea dell’orizzonte del lettore, dopo la linea immaginaria nostra che ci siamo seduti con le gambe appese di spalle, la testa del cane e le orecchie di punta, i cumulonembi galleggiano in fila, in larghezza. Non sono i cumulonembi marittime, colore metallo, mammelle gonfie di pioggia, sono nubi bianche – con la pancia senza sole in ombra- che soltanto la dimensione sconfinata della meseta fa sembrare piccole. Si collocano in fasce, in una o due file, l’una sopra l’altra, poi sale il cielo gelato allo lungo, allo alto, in una proporzione molte volte noi, se noi fossimo il secondo nastro di un quadro fermo.
 
Solo quando lo sguardo tocca una torre di luce –le torri crescono sui per ore- si fa un’ idea delle proporzione del cielo qua, in modo solo approssimato perché gli occhi non resistono la quantità di vuoto che potrebbero vedere.
 
Mentre aspettiamo tre aerei hanno tracciato tre righe luminose nel blu. Nascono dietro la prima banda di nuvole e salgono, una diritta, nitida, nel centro, l’altra a sinistra, a ovest, chinata 45 gradi, con la schiuma che ingrassa perché sta per sfarsi, l’ultima a destra, a 20 o 30 gradi di terra, un’impuntura spumeggiante rotta Est.
Aspettiamo il treno, diamo la spalla al mare, guardiamo la pianura abbandonata. Gli aerei volano. L’orizzonte si sposta quando li vede venire.

  1. Se mi volete credere: mi sono emozionata quando, a “stretto giro di posta”, Maria mi ha inviato questo testo.
    L’ho inserito con il nick di splinder – quello con molti di noi l’hanno conosciuta, ai tempi del suo primo blog. Poi si era “rifugiata” in altri luoghi, su un “altro pianeta”, diciamo.
    Poco tempo fa ha cancellato tutti i suoi blog. Spero che torni, presto. Sarei tanto contenta di dover aggiungere un link al suo nome, nuovo o “vecchio” :))

  2. prosa di personalità, caratterizzata da scelte semantiche a tratti trasandate a tratti oblique (“pali chiavati storti” è una perla)
    la trama, per quanto intensa, resta avvitata sull’attesa.
    bene.

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