Un caffè normale – zaritmac

Il bar era un locale poco attraente. Ma il caffè era di quello buono, e Giacomo un uomo gentile e timido. Qualche volta, sul bordo della tazza, col cucchiaino intinto disegnava un sorriso.
Il signor Valenti era una persona ottusa. In realtà mancava di spigoli e non era capace di grandi cattiverie, ma non sapeva fare a meno di sottolineare la sua posizione da “padrone” dondolandosi sull’alto scranno dietro la cassa e gridando ordini assolutamente superflui al giovane assistente di Giacomo, un ragazzo magro dall’incarnato scuro, taciturno e mite. Flavio non lavorava in nero.
A dispetto delle guance glabre, la sua carta di identità gli dichiarava diciott’anni, e la camicia bianca gli conferiva un’aria compunta, come se fosse un atto estremamente serio versare nei bicchieri monouso acqua liscia o gasata per sciacquare i palati prima del caffè.
Il pavimento davanti al banco era generalmente ingombro di briciole; piccole piogge di gocce friabili si precipitavano silenziose dalle mani dei clienti frettolosi che al mattino azzannavano veloci un croissant, affogandone il senso di colpa nel sorso rapido e impetuoso con cui versavano in gola, velocemente, mezza tazza di caffè.
Per il secondo sorso c’era tempo. Prima restava lo spazio per un piccolo riepilogo dei fatti di ieri, per un racconto a mezza voce sull’accaduto di l’altrieri, qualche oscillazione di tono intorno al mucchietto di cose da fare e un balzo veloce destinato a restare sospeso tra un progetto e un giammai.
Poi sui fondi spessi non restava che un cerchietto denso e sul fianco della porcellana una sbavatura un poco oscena, un terzo delle volte coronata da un alone di rossetto glacé.
Flavio era veloce e scontroso. Versava sempre molta acqua fuori dal bicchiere di plastica e puniva con quel piccolo spreco l’arroganza di padron Valenti, che non se ne accorgeva, però. O, se se ne accorgeva, dava a quel gesto poco conto. Per un piccolo imprenditore può essere un vezzo concedere una stizza di spreco all’impotenza di un suo sottomesso. E, poi, in verità, dopotutto, a Flavio, lui, gli voleva anche bene. Solo che mostrarlo non sta bene. Ed essere un po’ rude fa pendant con la squisitezza molto rozza delle sue moine da padrone di bar. Ma la distratta platea femminile nemmeno lo guardava. Porgeva la moneta, o fingeva di schermirsi quando, con gesto complice e maschio, un accompagnatore collaudato o un co-avventore occasionale le spingeva gentilmente via la mano, ed ad alta voce ordinava due caffè.
“Giacomo! Due caffè!”
“Normali?”. Sì, perché i caffè da un po’ di tempo avevano smesso di essere semplicemente “caffè”.
“Giacomo, il solito!” “Certo, avvocato” – in vetro macchiato e molto schiumato.
“Giacomo, il mio caffè” “Già pronto” – in tazza fredda con un goccio appena di latte scremato.
“Giacomo…” “Ecco servito” – già zuccherato e lungo.
“Oggi quello del lunedì” “Certamente, signorina Santi” – bicchierino di vetro e schiuma traboccante, con sopra una spruzzata di cacao, ma “Giacomo, mi raccomando non lo zuccheri che ci metto il dietor”.
Così col tempo i caffè da specificare erano diventati quelli “normali”.
E da quando era stata messa fuorilegge la zuccheriera, Flavio aveva un bel po’ da fare nel liberare il banco dalle bustine vuote e dalle striscioline rigate staccate nello strappo. Ma lui non lo faceva pesare. Accartocciava le bustine, se le lasciava cadere nel cestino accanto, quello di rete azzurra sotto il banco, passava incessante lo straccetto giallo sul ripiano in marmo (piuttosto malandato, in verità), riponeva le tazze nella vaschetta rettangolare dove l’acqua sembrava avere il ballo di San Vito, annebbiata appena in superficie da un velo di vapore.
Lavorava a capo chino, non alzava gli occhi nemmeno per guardare Gina. Si accontentava di sentirla alzare un po’ la voce cristallina ad ordinare “Giacomo, …già sai”, rallentava un po’ il ritmo con cui faceva girare lo straccio nel bicchiere prima di versare la spremuta d’arance di giardino per suo marito e si incantava ad ascoltarla ridere. Appena appena seguiva con la coda dell’occhio lo strascico dei suoi passi lievemente traballanti sui tacchi di vernice fuori dal bar.
Lavorava a capo chino, riposava a capo chino, ma per pochi minuti, in verità; ché la clientela al bar Valenti cambiava di ora in ora, ma non mancava mai.
Lavorava a capo chino, coi profondi occhi neri sprofondati negli spazi angusti tra le mani occupate, eternamente umide, già troppo sciupate per la sua età.
Lavorava a capo chino. Fu per questo che non li vide entrare. E non si accorse nemmeno che avevano occhi troppo vuoti per riempirli di caffè.
Non ebbe tempo di chiedersi cosa c’entrasse lui; non si voltò a chiedere a Valenti perché avesse spento tutte le luci all’improvviso; non sentì Giacomo gridare con le mani sul viso, né s’avvide di come rotolavano a terra le tazze appena poggiate sul banco inondato di acqua e caffè.
Fece appena in tempo a ripensare a Gina, quando il proiettile gli perforò il polmone; ma fu facile, ché lui Gina ce l’aveva in mente sempre sempre. E non ci volle nemmeno una frazione d’istante per ricordarsi di lei mentre cadeva. Col viso tra i rubinetti, incerto tra l’acqua liscia o gasata.

  1. una prosa assai composta, senza sbavature. ben delineate (anche se forse troppo “normali”, a far da contrappunto ai caffè) le umanità incrociate attorno al bancone.
    ed ecco allora che l’imponderabile/straordinario si prende la sua rivincita, schiantando prima il racconto e, di riflesso, flavio.
    motlo bene.

  2. Irresistibile descrizioni del bancone e dei segni. Gocce e briciole, bustine e stati d’animo. Davvero non c’è più “religione” nel caffè.
    Altro che “Estratto Vecchina”!
    danis

  3. .. molto .. filmico? mi piace tanto, si “vede” questo racconto, per inquadrature dalla fotografia seducente, da molte righe prime del finale Tarantiniano 😉
    il marito della signora descritto con una spremuta fatta e servita è il mio preferito!

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