Amsicora’s bar – di Eva Carriego

tratto da “Baffi di cacao” IRIS Edizioni

*Cristhian è scritto in maniera errata per insindacabile decisione dell’Autrice, cioè di me stessa medesima. (In realtà esiste un motivo ben preciso per tale insulto all’ortografia, ma non viene spiegato in questo paragrafo: ma poi, è così importante? Avanti, poche storie: lèggete)

 

Cristhian aveva iniziato la precedente giornata, come spesso gli accadeva, al bar Amsicora, tempio del suo primo caffè e della consueta consultazione della pagina delle offerte di lavoro sul quotidiano locale messo gentilmente a disposizione da Lucio Berte.

Seduto al  primo della lunga fila di tavolini rettangolari addossati alla parete, vicino all’ingresso del bar, scorreva pigramente e con lentezza la fila di “AAA Offresi”, utilizzando allo scopo l’indice della mano destra, mentre con la sinistra portava alle labbra il caffè in tazza grande, a intervalli relativamente brevi, aspirando senza alcun rumore il corroborante liquido.

Arrivava, con l’indice ormai nero d’inchiostro, fino all’ultima offerta nell’ultima colonna in basso a destra, limite che segnava la fine di quel rito giornaliero e che coincideva quasi sempre con la definitiva epifania del fondo bianco e bombato della tazza grande, finalmente liberato dall’ultima goccia di caffè.

Come di consueto, anche quel giorno era stato costretto a rilevare una straordinaria penuria di richieste di direttori di banca e dirigenti d’azienda. In particolare, era del tutto assente l’offerta di posizioni apicali per giovani che come lui, anche se sprovvisti di qualsivoglia specializzazione, erano pur sempre in possesso di un diploma di maturità conseguito in un istituto per ragionieri con 37/60 di voto finale.

A vederlo lì, seduto al “suo” tavolino, con gli occhi fissi sugli annunci economici di un giornale preso in prestito, il giovane rivelava anche all’occhio meno sensibile l’ossimoro della sua chiara indefinitezza: Cristhian dai contorni sfumati, abbozzati com’erano soltanto dall’abbondante dose giornaliera di fatalismo e rassegnazione che gli era ormai necessaria come la dose di caffeina per poter arrivare alla fine della giornata e, al rientro a casa, affrontare babbo e mamma

Che non erano cattivi, no davvero.

La tolleranza e l’affetto di babbo impiegato e di mamma casalinga, con secondogenito ultratrentenne ancora a carico a fronte di una figlia maggiore ben sistemata da anni e affettivamente nonché professionalmente realizzata, presentavano però i tratti di un’irrisolvibile ambivalenza. Da una parte si traducevano in un indubbio conforto, oltre che in benefici concreti e irrinunciabili come un tetto sulla testa, la biancheria pulita e la possibilità di consumare regolarmente pasti caldi. Dall’altra, però, quell’oblativa disponibilità non ricambiata da altra attività che quella di compulsare improbabili offerte di lavoro, gravava sul giovane virgulto come una montagna di asciugamani umidi.

Era così, infatti, che il giovane immaginava il peso del suo fallimento: come quello di una montagna di teli di spugna dopo l’uso, intrisi d’umidore tiepido e di odore greve. E lui sotto, imprigionato, schiacciato, incapace di far entrare l’aria nei polmoni collassati.

Ci viveva, Cristhian, al bar Amsicora, strategicamente situato ai margini del centro storico: lì faceva colazione, consumava un tramezzino a pranzo, diverse birre nel tardo pomeriggio – alternate sapientemente a super alcolici quando la depressione superava il livello di guardia – e se ne tornava a casa quando Lucio Berte, il proprietario, iniziava ad accendere e spegnere le luci del locale, segnale inequivocabile per invitare l’utente riottoso e triste a tornarsene in seno alla famiglia.

Durante quella mattinata, Cristhian aveva prestato orecchio – anch’esso peraltro disoccupato – ai discorsi da prima colazione di alcuni avventori, un gruppo di giovani impiegati di banca seduti al tavolo accanto al suo. Quello che sembrava essere il più giovane raccontava le vicende di certe vecchie zie alle sue compagne di cornetto e marocchino, una delle quali esibiva due serpentelli bluastri tatuati sui malleoli esterni, con l’evidente scopo di indurre gli sguardi a indugiare su caviglie apprezzabilmente slanciate e già valorizzate da tacchi altissimi,

Le zie geronti, più ricche di Creso, stando a quel che raccontava il tizio, gestivano con grande oculatezza e creatività un’avviata impresa tessile che produceva tappeti di lana ornati di colori vivaci e naturali, oltremodo apprezzati. Tutto ciò avveniva lontano, nella Capitale, dove le vecchiette avevano portato le tinte forti dell’interno dell’Isola e le avevano riversate nelle loro creazioni. Capelli alla moda, sfumati d’argento azzurrino, e pugno d’acciaio negli affari, il gruppetto delle zie pareva non avesse alcuna intenzione di cedere le redini della fiorente impresa al giovane impiegato di banca. Che, a sentire i rintocchi della sua campana, era l’unico adorato nipote nonché erede delle ricche vegliarde.

Le compagne di brioche e cappuccino lo schernivano, considerandone le aspettative perlomeno premature, se non proprio vane, e paragonandolo a quel certo cavallo che campa mentre l’erba cresce.

Era soprattutto la giovane dalle caviglie serpentate a infierire con le sue risate, ripetendo all’impiegato en attendant che le zie, tempra d’acciaio, avrebbero certamente seppellito con un funerale da due soldi lui e tutte le sue aspirazioni di godere senza sforzo alcuno di una ricchezza caduta dal cielo e della scalata sociale che ne sarebbe conseguita.  Cristhian era talmente abituato a osservare le persone e a coglierne il carattere dalla postura, da un’espressione del volto, dal tono della voce o dal modo di ridere, che non stentò a tracciare accurati profili degli occupanti del tavolo vicino. Il proprietario in data da destinarsi dell’impresa tessile aveva una passione spropositata, ai limiti della dipendenza sessuale, per Miss Caviglie serpentate. Quest’ultima gli concedeva occasionali e sporadiche botte di sesso, giusto per dargli a intendere che presto la loro storia avrebbe vissuto una svolta importante. La fumosa promessa affettiva le garantiva, in tal modo, un cavalier servente sempre disponibile per le occasioni più disparate, come cambiare una gomma dell’auto al chilometro 76 della Strada Statale 131 – tratto che, secondo la Società Geografica Internazionale, ha un tasso di frequentazione umana pari a quello del quadrante sud-orientale del Deserto dei Gobi  tra mezzogiorno e l’una in un giorno di piena estate – o svuotare la cantina dalle carabattole di una nonna che in vita non aveva mai, ma proprio mai buttato alcunché, neppure un nocciolo di nespola sputato.

Al banco, stazionava un altro composito e promiscuo gruppo di mattinieri. Discettavano circa l’opportunità politica ed economica della recente introduzione di una supertassa regionale sui beni di lusso a carico dei ricchi visitatori dell’Isola.

Una tizia con un abito leggero a fiori, un po’ azzardato per il clima ancora freddo, reiterava tristemente “Ma se poi non tornassero…”, dando così voce alla preoccupazione che la prospettiva di sborsare i quindicimila euro previsti per l’attracco di barche superiori ai sessanta metri avrebbe potuto indurre il sultano del Brunei e altrettanti ricchissimi nababbi a disertare, non fosse altro che per dispetto,  le celeberrime coste nord-orientali dell’Isola, conducendo in altri mari i loro transatlantici da diporto.

L’economia, sosteneva la donna in sottoveste a fiori, ne avrebbe risentito fortemente, ché il turismo era una delle voci più importanti, se non la prima, degli introiti isolani.

Gli articolati ragionamenti dei suoi compagni di ristoro non la smossero di un millimetro dalla sua ostinata posizione: alcuni sostenevano con certezza assoluta, come se facessero parte dell’entourage del sultano, che le stive della nave erano stipate di ogni ben di Dio, anzi di Allah, dai generi di lusso a quelli di utilizzo quotidiano. E, quasi a conferire una maggior credibilità al loro argomentare, non risparmiavano i dettagli,  raccontando di Tir di carta igienica triplo strato made in Brunei accanto a tonnellate di freschissimo caviale Beluga Molossol sotto vetro e ghiaccio, proprio come se li avessero visti con i loro occhi.

Altri sostenevano che perfino i mozzi di bordo dovessero essere plurilaureati a Oxford, giacché per essere assunti dall’esotico Paperone era richiesta la conoscenza perfetta di almeno quattro lingue, al fine di soddisfare d’emblèe e senza equivoci le necessità dell’ospite cosmopolita. Il possesso di questa condizione, peraltro,  tagliava fuori da ogni possibile speranza di impiego presso il sultano proprio i sardi, che di lingue ne parlavano due, quando conoscevano l’italiano.

Quelli più bon vivant sostenevano che nemmeno quando il principe sultano scendeva a terra con il suo seguito di cinquanta persone lasciava un soldo nell’Isola: ché le mete erano locali notturni o gioiellerie o ristoranti di proprietà di multinazionali svizzere o americane o, al più, di imprenditori di Milano o geometri di Cuneo.

Per tutta la discussione, durata molte birre, un paio di tassicheddas di abba ardente (ché l’ora era troppo giovane), e tre martini bianchi con fetta di limone, la tizia in sottoveste fiorita – che l’occhio esercitato di Cristhian inquadrò subito come impiegata a tempo determinato in un call center e assidua frequentatrice di palestra –  mormorò per una dozzina di volte: “Ma se poi non tornassero…”, senza riuscire a dar corpo a questa inspiegabile nostalgia verso vite, culture e ricchezze oltremodo lontane dalla sua realtà, ma non evidentemente dai suoi sogni.

Così Cristhian passava gran parte del suo tempo, che l’osservatore distratto o superficiale avrebbe potuto definire con ragionevole proprietà tempo perduto, del genere per il quale, però, non vale davvero la pena di mettersi alla ricerca.

Come tutte le sere, l’aroma della pipa di suo padre raggiungeva le sue narici attraverso la sottile fessura tra la porta d’ingresso e il pavimento, quando ancora la chiave girava nella toppa per aprire la porta di casa. Quel fumo era diventato ormai, per il suo naso, peggio dei vapori mefitici esalati da una discarica abusiva di rifiuti tossici.

Fu in quel momento che il pensiero attraversò veloce la sua mente e lo portò a casa di Sam.

“Ma se poi non tornassi…”

Fu così che sfilò le chiavi dalla toppa e le mise con cura tra il vaso del tronchetto della felicità e il sottovaso che l’ospitava, sua madre non sopportava che l’acqua invadesse il pianerottolo. Scese le scale velocemente e si trovò per strada.

Quindi, come tutti i fuggiaschi all’inizio della loro fuga, si avviò intrepido con passo rapido e deciso nella notte.

 

  1. prosa classica di notevole spessore, che non disdegna posizioni apicali né oblativa disponibilità all’ossimoro.
    epperò, il brano soffre dell’essere un *estratto*, non riuscendo, nella sua chiara indefinitezza, a compiersi. soprattutto m’ha lasciato perplesso il fatto che cristhian tagli la corda senza averne sentito *dal vivo* la voce in uno scampolo di dialogo (chissà, magari accade più indietro o più avanti nella narrazione del libro).
    ficcante e godibile l’ironia, che spazia dalla strada statale 131 alla regione sud-orientale del deserto dei gobi.
    molto bene.

  2. Sono gli incerti dei precari: sapere da dove si parte ma non immaginare nemmeno come si va a finire :))

    ot: léggete che vuole dire? “leggi tiè tiè” in sardo, oppure “lègge te che l’altri non se sa” oppure, per lo stesso motivo per cui Christian lo scrivi Cristhian, lèggete voveva significare “leggète”, imperativo categorico?

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