Theatrum mundi – di Biancanera

Rose aspetta all’angolo. Guarda verso il Coffee-bar.
Le piace starsene là fuori, nascosta nell’ombra, mentre aspetta che Leroy finisca il turno. Le piace guardare attraverso la vetrata, come se osservasse dei pesci in un acquario.
Vedere senza essere vista, non foss’altro che per il nero degli occhi che, ogni tanto, manda un piccolo lampo.
Lo fa ogni sera, Rose.
Aspetta il suo uomo e guarda i clienti. Così, per far passare il tempo, si mette ad immaginare le vite di quelli lì.
Lei ritiene che l’uomo seduto di spalle, per esempio, si potrebbe chiamare Sam.
Sì, pensa, si potrebbe chiamare proprio così.
 
 ***
Sam
 
L’uomo seduto di spalle si chiama Sam.
E’ un piazzista di bibbie. Per tutto il santo giorno, Sam, non ha fatto altro che suonare a campanelli e sorridere per obbligo, trascinandosi dietro il peso della sua valigia piena di libri. La ghiaia dei vialetti di tutto il Queens ha crocchiato sotto le suole delle sue scarpe, in un viavai incessante.
Cosa vuole? gli aveva chiesto, diffidente, la prima donna a cui aveva suonato. Johns, c’era scritto sulla cassetta della posta. Lui è molto attento a memorizzare questi particolari. Sa che alla gente piace sentirsi chiamare per nome.
Sam aveva percorso il vialetto della signora Johns con tutte le buone intenzioni per quell’inizio di giornata. Sbarbato e stirato. Inappuntabile.
Quella, invece, non gli aveva neppure aperto la porta della zanzariera.
Buongiorno signora Johns, le aveva detto, calibrando un sorriso devoto, mentre le scrutava il viso, in cerca di un segno di disponibilità, attraverso la retina di ferro.
Sam, ormai, capiva al volo l’esistenza di una probabilità, e sul viso della donna non ne aveva trovato traccia.
Ma lui non era certo il tipo che mollava subito. No. Così si era chinato e aveva tirato fuori una bibbia. La copertina nera e lucida incuteva sempre un certo rispetto.
Mi chiamo Sam Parker, le aveva fatto, e sono venuto a parlarle di cose serie.
No, non mi interessa, aveva detto la donna in tutta risposta, scuotendo la mano grassoccia davanti al viso, come a scacciare una mosca.
Non si può mai sapere quando si avrà bisogno della parola del Signore, aveva replicato inossidabilmente Sam, una bibbia fa comodo a chiunque.
Sai cosa ci devi fare con la tua bibbia?, gli aveva detto la donna sbattendogli la porta sulla faccia.
Non si poteva certo definire un grande inizio di giornata.
Ma lui, c’era abituato. Così aveva ripreso il suo giro.
In tutto il giorno, aveva venduto solo un paio di bibbie.
La prima, ad un vecchio secco come un ramo, che gli aveva aperto la porta indossando una canottiera unta e slabbrata. Il vecchio aveva portato Sam in cucina, offrendogli un pessimo caffé stantio. Prima di sedersi, Sam aveva dovuto scavalcare alcune pile di vecchi giornali ingialliti che ingombravano il linoleum grigiastro e consumato. La cucina era sporca e puzzava di fritto e di piscio.
Il vecchio aveva una gran voglia di chiacchierare, ecco tutto, e per farlo era disposto pure a sborsare tre dollari ad un piazzista.
Quando Sam era riuscito, finalmente, a liberarsi e a guadagnare l’uscita, nel chiudersi il cancelletto alle spalle, aveva sentito gli occhi del vecchio conficcarsi tra le sue scapole, come un coltello spuntato.
Certo, ce n’è di gente strana, aveva pensato.
La seconda bibbia l’aveva venduta alla signora Bredford, una donna talmente grassa che a guardarla non si capiva dove finisse la faccia e cominciasse il collo. Anche lei lo aveva trascinato dentro casa, dove due gatti, grassi pure loro, non avevano fatto altro che strusciarsi all’orlo dei pantaloni, come se volessero trattenerlo.
Aveva ancora i peli di quelle bestiacce attaccati sulla stoffa. Avrebbe avuto bisogno di una spazzola per tirarli via.
Ora Sam, siede al bancone del Phillie’s.
E’ stanco morto, ma non ha ancora voglia di tornare in quella topaia di motel. Il pessimo caffé che ha nella tazza ormai è freddo. Si guarda intorno.
Per far passare il tempo osserva i due tipi di fronte a lui. Un uomo e una donna.
Così, tanto per fare, prova ad immaginare la vita di quello lì. Con la faccia che si ritrova, si potrebbe chiamare Jack.
Sì, pensa Sam, si potrebbe chiamare proprio così.
 
 
Jack
 
Jack è uno di poche parole. E per riempire il suo silenzio, fuma.
Non è stata una grande idea quella di telefonare a Gladys, stasera.
Ci vediamo al solito posto, le aveva detto.
Il solito posto era il bancone del Phillie’s. Una merda di posto, a dire il vero. Ma almeno ci si stava tranquilli, soprattutto ad una certa ora.
Stasera, infatti, oltre a loro, c’è soltanto un altro cliente. Jack lo squadra con un’occhiata veloce. E’ un tipo innocuo, non l’ha mai visto da quelle parti. Pensa che ha l’aria di un piazzista. Spersa e stanca.
Adesso anche  Gladys se ne sta in silenzio, zitta zitta, come se aspettasse qualcosa. Il fatto è che Jack è davvero bravo a ficcarsi nei casini. Ha dovuto inventare la solita scusa, per non tornare a casa.
Il capo mi ha appioppato altro lavoro, ha detto a Faith, chiamandola prima di uscire dall’ufficio.
Ti avevo preparato il pollo fritto, ha piagnucolato sua moglie al di là del filo.
Lo mangerò quando rientro, tesoro, gli aveva fatto lui.
Lo sa che Gladys è arrabbiata perché lui non ha ancora trovato il coraggio di mollare Faith.
E’ che ogni volta che sta per provarci, ogni volta che comincia a dire, senti Faith, la sua lingua si inceppa, si incaglia davanti allo sguardo da bambina di lei. Poi Bob si mette a frignare e quella corre di là, lasciando Jack con le parole incastrate tra i denti.
Sono passati quattro mesi da quanto Gladys è arrivata a lavorare nell’ufficio accanto al suo.
Il desiderio comincia sempre per qualcosa che hai a portata di mano. E lui non aveva potuto fare a meno di desiderarla, quando l’aveva vista per la prima volta scuotere quei capelli rossi come le fiamme. E lisciarsi il vestito sui fianchi.
Bella, Gladys. Bella come Rita Hayworth. La sua Gilda personale.
Una femmina, non una donna-bambina.
Jack non sa come uscirsene.
Quando Faith gli si avvicina al buio, nel letto, e appoggia la sua testa leggera sulla sua spalla, lui sente l’odore di Bob, un afrore di talco e urina, e non riesce a toccarla.
La mano di Faith, si ferma sul suo petto. Sotto allo sterno, i colpi di un cuore che non le appartiene più.
Quando lui la prende, in quell’oscurità complice ed indulgente, l’unico modo per amarla ancora e pensare alla carne di Gladys, ai suoi capelli rossi come le fiamme dell’inferno.
Ora lei gli è accanto. Gioca distrattamente con il suo accendino, col fuoco che lui sente nel sangue. La mano appoggiata sul legno del bancone, è a pochi centimetri da lui. Basterebbe allungare un dito, per toccarla.
Ma Jack, non ci riesce.
Guarda il barista armeggiare con tazze e bicchieri, e lo invidia.
Leroy, c’è scritto sul cartellino che ha appuntato sulla camicia bianca. Sì, pensa Jack, è un nome che gli corrisponde.
Un nome da barista, da uomo semplice, da uno che passa tutto il giorno a lavare bicchieri e a riempire tazze di caffé, senza sentire il fuoco nelle viscere che lo consuma.
 
 
Leroy
 
Leroy, stasera, sente nelle viscere il bruciore di un fuoco.
E’ la sua maledetta gastrite che, quando ci si mette, fa sul serio. Non vede l’ora di uscire da lì, tornarsene a casa con Rose che, come al solito, lo aspetta all’angolo, fuori dal Coffee-bar.
Sì, è proprio stanco Leroy. Comincia ad avere i suoi anni, ed sempre più faticoso starsene tutta la serata al Phillie’s.
Gli sembra di averci passato tutta la vita intera, lì dentro.
Gli sembra che lui, la strada, l’abbia sempre vista filtrata attraverso la vetrata di quel bar. Sporca e sbiadita.
Si sente le gambe pesanti come due pilastri. Lo tirano giù, gli fanno venire voglia di sedersi. Invece si accorge che le tazze sono mezze vuote, e con la caraffa le rabbocca di caffé. Poi passa lo straccio sul legno del bancone. Tira via gli aloni circolari dei bicchieri. Cancella le tracce dei passaggi.
Meno male che stasera ci sono solo tre clienti, e tutti e tre belli silenziosi. Per fortuna, a quell’ora, il bar è quasi sempre mezzo vuoto.
Le volte peggiori sono quelle in cui incappa in qualche ubriaco che vuole per forza raccontargli tutta la sua vita. E lui è stufo di sentir raccontare le vite degli altri.
Gli piacerebbe, qualche volta, beccare uno di loro e dirgli, ora ti metti seduto, e mi stai a sentire, amico. Ma, tutto sommato, avrebbe poco da raccontare.
Potrebbe dirgli delle sue serate con Rose, del rumore che fanno i loro passi mentre se ne tornano a casa, soli soli.
Rose, gli cammina sempre un po’ avanti. Poi si ferma, lo guarda con quei suoi occhi neri, che ogni tanto mandano un lampo, e lo aspetta. Una volta al suo fianco, però, lei fa di nuovo un piccolo scarto e gli finisce di nuovo davanti, come se non volesse essere braccata.
Non è certo una tipa da tenere al laccio, Rose. Ma questo, Leroy, l’ha sempre saputo, ed è per questo che, in fondo l’ha scelta. Perché lei, la strada, la conosce. Non la guarda attraverso un vetro sporco, ma ci sta in mezzo. In mezzo a tutti quegli odori. In mezzo a tutti quei passi. Senza paura. Ma, cascasse il mondo, ogni sera lo aspetta sempre al solito angolo. E se non è fedeltà, questa.
Leroy versa ancora del caffé nella tazza della donna. Ha i capelli rosso fuoco. Assomiglia a Rita Hayworth. A lei scappa un sospiro. E’ entrata insieme a quel tipo smilzo che le siede accanto, ma dopo aver sussurrato tra loro per qualche minuto, i due hanno smesso da un bel pezzo di parlare.
Leroy, quando vede una donna bella come questa, si diverte a pensare a quale possa essere il suo nome. Questa qui, si potrebbe chiamare Gladys.
Sì, pensa Leroy, si potrebbe chiamare proprio così.
 
 
Gladys
 
Gladys si rigira l’accendino tra le dita. Lo guarda da tutte le angolazioni possibili.
Chissà se anche Faith fuma, pensa.
Ma, per come se la immagina lei, crede che non sia possibile. Faith prepara la torta di mele, va al supermercato e alla lavanderia automatica, si spupazza il piccolo Bob, gli cambia i pannolini e gli pulisce il culetto. Figurarsi vederla con una cicca tra le labbra.
Una volta, Jack le ha mostrato la foto che ha nel portafogli. Faith dentro un vestito a fiorellini blu, era minuta e bionda. Strizzava gli occhi al sole. Sorrideva, Faith.
Sa bene che Jack non troverà mai il coraggio di lasciarla.
A Faith toccheranno i natali, i giorni del ringraziamento, le gite a Coney Island la domenica. Lei, invece, tutto quello che riuscirà a spuntare saranno queste serate da Phillie’s, e i pomeriggi in quella topaia di motel. Avrà voglia a stringere le gambe attorno ai fianchi di Jack. Non saranno quelle, a trattenerlo.
Gladys è brava a ficcarsi nei casini, ma poi non sa come uscirsene.
Sa solo che sente freddo, che la mano di lui è a un millimetro dalla sua e basterebbe solo allungare un dito per toccarla. Ma lei non ci riesce.
Guarda fuori, attraverso la vetrata, e vede solo un gran buio, che appena messo piede fuori, come ogni volta la inghiottirà.
Lei nell’ombra, e Faith nella luce.
Si sente come quel cane che è passato veloce sul marciapiede. Solo, sperso per la strada, unicamente i suoi passi a fargli compagnia.
Anche se strizza gli occhi, non lo vede più.
Il buio ha ingoiato pure lui.
 
***
 
Rose guarda Leroy che tira giù la serranda. Un rumore secco che la fa sempre trasalire. Poi Leroy si gira verso di lei, e fischia. Gli fischia sempre, come se invece di chiamare lei facesse un apprezzamento ad una ragazza bella.
Rose, comunque, gli corre incontro. Lui le passa una mano sulla testa. Una specie di carezza.
Poi cominciano a camminare. Rose davanti, e Leroy che la segue. I passi di Rose ticchettano sull’asfalto. Goccioline di pioggia, ticchettii di orologio.
Segnano il tempo, ed è un tempo veloce.
Aspettami Rose, le grida alle spalle Leroy.
Lei si ferma e lo guarda. I suoi occhi neri mandano un lampo.
Quando lui le si avvicina, lei gli lecca una mano.
Brava, brava cagnetta, dice Leroy, e Rose, scodinzolando, riprende a corrergli davanti, inghiottita dal buio della strada.

  1. ah, il colpo di scena finale, a unificare pensieri d’animali e uomini in telepatie circa i nomi che racchiudono mondi.
    bello questo post: cinematografico come taglio, fertile per accendere fantasie e integrazioni, un insieme di incipit ad introdurre in vite che gravitano tutte attorno ad un bar che è motore di storie.

  2. Delizioso il finale, bello il racconto con l’idea delle vite immaginate. Lo facevo sempre anch’io da bambina e lo faccio ancora adesso qualche volta, in autobus specialmente. Piaciuto molto.

  3. prosa nitida e vivace, ben congegnato il meccanismo narrativo per immedesimazioni concatenate.
    tridimensionali i personaggi, nonostante il prevalere dell’effetto monologo sui dialoghi inglobati.
    il finale pare un po’ forzato, a voler per forza chiudere il cerchio del racconto breve.
    comunque ottimo e complimenti.

  4. applausi fuori coro

    ciao

    p

    Come la prima sera

    Devo essere piaciuto, la prima sera. E’ sempre cosi’, la prima sera ti ci giochi tutto, almeno tutto il futuro più prossimo, quello del giorno dopo, e devi essere al massimo, non farti condizionare dalla fame e dal bisogno, guardare il locale quando e’ vuoto, l’arredamento, gli oggetti, il piccolo angolo su cui forse suonerai, da dove poi dovrai guardare la gente e provare a capire se ti accetteranno , che parte ti daranno, se comprimario o comparsa, una specie di obolo necessario da raccattare quale che sia, necessario alla sopravvivenza, all’anticamera del vivere. Basta la possibilità, il resto sta a me e alla mia voce, alla mia incredibile capacità di osservazione, al suono della mia chitarra e al virtuosismo raro di riuscire a stare sempre e comunque sullo sfondo, io e la mia voce nera, senza interferire con il bisogno di chi sta di fronte, di chi vuol sentirsi padrone generoso e piccolo re per una sera, per una sera col vestito giusto e la collana di pietre, centro del compasso, per una sera. Sono arrivato di pomeriggio, il pavimento sapeva di straccio strizzato bene, nel locale , nessuno. Archi, mattoni a vista, piccoli tavoli e tovagliette di bambu’, cornucopie d’argento e tappeti, quadri grandi alle pareti, macchie di colore senza soggetto, solo il gusto cromatico dalle stonature proibite d’acchito, solo ordinate macchie, posate del servizio di nonna e quell’aria di casuale disordine cercato, dove tutto sembra perfettamente li dove dovrebbe stare. Un posto raffinato, nell’accezione comune. Un posto come mille altri, per me che ne ho girati mille , di posti cosi’. La voce, anzi le voci, a distogliere i pensieri e lo sguardo da quel simulacro di paese all’imbrunire, ( che questo sembrava, almeno nella testa di chi come me suona solo musica presa a prestito da qualche parte). Padrone del barroccio stavolta, due donne, indaffarate come uomini di fretta, veloci come le loro voci veloci , affettate, di una gentilezza che arredava il locale, stesso stile. Avevo gia’ in mente cosa dire, come presentarmi, ero pronto a perorare a lungo la mia causa, disponibile anche a quell’accondiscendenza che fa così felici gli esseri mediocri o i figli obbedienti, pronto a giocare la carta della tenerezza, della commozione, della storia triste, del bisogno, della fame, pronto a perdere perfino la dignità , quella di scorta, quella riconoscibile, non la mia, non sono mica matto. Forse la mia voce bassa, calma, forse per quello, ma non ce ne e’ stato bisogno, non hanno voluto nemmeno sapere cosa suono, che genere, un’incoscienza da premiare, questo pensavo, ma era solo un regalo della mia anima romantica, senza i numeri delle loro carte di credito. Comunque due minuti e accordo fatto, 80 euro , avrei suonato un’ora, “musica tranquilla”, si sono raccomandate, e “ se andrà bene non e’ escluso che possiamo avere ancora bisogno d te”. E dei miei capelli rasta e della mia faccia nera, ho pensato maligno, ma col sorriso riconoscente di cui sono maestro, stampato sul viso. Ma devo essere piaciuto la prima sera , visto che il prossimo sarà il quinto pezzo della terza sera. Sono stato perfetto in effetti la prima sera, perfetto per loro. Avevano vestiti leggeri e svolazzanti le donne, pelli abbronzate e camicie lise ad arte i maschietti, un campionario di ciondoli , pietre dure, tatuaggi. Le padrone del barroccio svolazzavano per la sala con un sorriso da superlativo assoluto, una sorta di felice paresi. Ho infilato la mia presenza a sorpresa, per guadagnare due o tre punti, tra risate sommesse da aperitivo e chiacchiericcio lieve, proprio quando l’eccitazione era tutto quel che mancava. Ho aspettato che i tavolini fossero pieni, tutte le candele accese e le comande prese. L’ultimo sorso ed ero già sul palco da uno, chitarra e via, e improvvisa l’attenzione e’ calata su di me. Sono stato bravo, li ho circuiti col mio “meglio di..”, li ho provocati dandogli la gioia di indovinare il pezzo, di incuriosirsi per il successivo. C’e’ sempre un trucco, in questo genere di obbedienza che e’ suonare qui e davanti a loro, una cosa semplice, una regola fissa, un percorso studiato e sempre uguale. Io lo conosco, e’ la strada che porta al mio pane quotidiano. Ci sono tempi da rispettare, scalette ruffiane e scalette di scorta, ritmi precisi e sempre buoni, perché il pubblico cambia il vestito, ma e’ sempre lo stesso. Ora sono al quinto pezzo della terza sera, l’attenzione sta calando, come sempre tra l’antipasto e il primo. Devo sfilarmi , confondere la mia musica con il brusio crescente, per non stancarli, per guadagnarmi la sopravvivenza. Si sente venire, dalla finestra del vicolo, il fischio del motivo che sto suonando, un po’ stonato forse, ma che sfuma con me. E’ successo la prima sera, la seconda, e ora, ancora. Chissà chi e’, che faccia ha, come si veste. Tiene il tempo però, batte forte, ci tiene che lo senta, forse e’ il suo modo di gratificarmi, e la gente lo sente e ride, si sente parte di qualche cosa di bello. Forse devo proprio essere piaciuto a lui la prima sera, magari e’ anche per questo che sono ancora qui. Ecco ci siamo, il brusio cresce, finisco il pezzo a sfumare, a loro il meritato riposo e una birra per me. Quasi indolore, il distacco tra la musica e l’attenzione, nemmeno un attimo di silenzio tra l’ultima nota e le prime risate. Dal vicolo un applauso volutamente sopra le righe, netto e sincero, e il sorriso sulle facce dei miei piccoli re. Appoggio la chitarra, mi asciugo il sudore e sento addosso l’euforia regalata da quel fischio e quell’applauso fuori campo, inaspettato regalo in una sera come tante. Mi siedo, alzo gli occhi alla finestra e brindo a quell’applauso senza dirlo, sorrido e penso che forse ci sarò ancora domani, e suonerò per lui, per quello spettatore invisibile e sincero, piccolo re fuori campo, domani ancora, come fosse la prima sera.

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