Storie bugiarde – di Colfavoredellenebbie

La locanda è giusto sotto l’argine vecchio, dove il Po s’è mangiato l’isola e gufa sotto le finestre, fra zucche selvatiche e salici sfatti. C’è, da sempre, la locanda.

Cosa c’entrino i mori col suo nome, s’è perso nel tempo, ma la storia delle bugie, quella no, quella viaggia sospinta da spifferi sotto le porte, quella è incollata ai muri, nelle righe dei tavoli, di legno tenero.  

Si dice che, indietro, nel tempo, i viaggiatori piegassero qui per quelle trippe tenere e rosee, appena spente dal parmigiano, o per le tagliatelle mostose di sugo, ma più ancora per le storie contate da lui, quando il vino pesava su occhi e pudore e scioglieva la lingua. 

San essere belle le storie bugiarde, che ogni volta aggiungono un tocco, un colore, a sostegno di memorie smagliate.

Sul tardi il vecchio, il padrone della locanda, pungolato da una domanda o solo seguendo una musica, si metteva a contare della caduta del re, di quando in trincea scivolò nella malta e lui lo trattenne e sospinse, con materna manata e grande sorriso.

“A son Guidu”, gli disse e il re rispose “Vitorio”, come uno di casa.

E di Vitorio il vecchio parlava come fossero andati a caccia, sul Carso, oa tinche nei canali d’acqua dolce. E si spiaceva nel pensarlo da solo nel palazzo di Roma, a guerra finita.  

Ci andò, col treno, e stette a piazza Venezia, chè doveva farsi al balcone, Vitorio. E quando in piazza, di gente ce ne fu tanta, il terzo giorno, il re si affacciò, vide il fante salvatore lì sotto, si sporse, e gli disse, forte, … “Ciau Guiduuu, cusa fet chiiiiii?” 

Questo raccontava Guidu Cusafetchi nelle sere fredde scaldate dal clinto e nelle sere calde, molli d’anguria. 

D’estate le storie facevano il giro dell’argine e duravano nell’aria con l’eco delle risate.

D’inverno, nello scuro sbiancato di nebbia, erano fanali di voci.

  1. Son pieni, i bar e le locande di mezzo mondo, di Guidu che esagerano come appunto un pescatore di tinche, ma il Guidu di Zena è davvero speciale, ché certe descrizioni di brume e rituali immergono in un mondo magico.

  2. Caro Cybbolo, tu devi sapere che le attività classiche della mia famiglia (fino a mio padre, che ha rivoluzionato ogni cosa passando dalla res privata alla res publica) sono sempre state l’ars casearia e l’ars tabernaria.
    La Dina mianonna, che proveniva dal nobile ceppo dei Due Mori, stanca di peregrinazioni da caseificio a caseificio, visto il rifiuto nonnesco di una certa tessera che dava assai stabilità, negli anni ’40 aprì una locanda, dal bellissimo nome: “La Pace”.
    Lì si annidano tante storie, che piano piano proverò a raccontare.

  3. atmosfere padane sugose (nonché nebulosa-mente magiche e sfuggenti, a mo’ di fanali di voci-veloci). una prosa marquezziana arricchita da un personale taglio ironico/beffardo.
    molto bene.

  4. Bugiarde, sì, come tante delle storie che si colgono passando o sedendosi ai tavoli di un bar o di un’osteria; quelle conversazioni sono i luoghi del possibile; c’è tolleranza per la bugia, complice il vino o il pastis o l’amicizia.
    Bugiarde, sì. Eppure…
    E’ incredibile l’analogia con un piccolo fatto, documentato, “vero”: un altro re che si affaccia alla finestra e si rivolge – con parole incredibilmente simili a quelle di Vitorio a Guidu – a un suddito fedele:

    (A. Varvaro, Le chiavi del castello delle Gerbe, Sellerio, Palermo 1984)

  5. …tenera onomastica…
    se penso che al paese di mio padre un’antica famiglia ha dovuto far carte false per tramutare il suo cognome…un loro lontanissimo ascendente la faceva da padrone in tutto…anche nelle locande,
    nei circoli e nell’altrui letto…
    Il Perfido, era detto.

    bisousdepause!

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