Illogici intrecci in un buffet di stazione – di Simonetta Bumbi

E’ piacevole pensare irrazionalmente che ogni cosa nel mondo, anche la più inerte e impensata, possa avere una sua anima e una sua vita propria con sue pulsazioni.
Un caffè ristoratore di stazione ferroviaria, quindi, un buffet, per dirla più elegantemente, non ha bisogno dell’abbraccio materno della notte che gli rincalzi la sua coltre di buio fitto di pensieri e sogni.
Un buffet di stazione è adulto, già vissuto, pieno di esperienza, e si concede qualche attimo di debolezza nell’abbandono soltanto alle ore piccole, già vicine all’alba, quando si riaccenderà tonico e nervoso come tutti i giorni.
Questa sera è già moribonda e la notte bussa sommessa alle vetrate esterne del piazzale della stazione mentre l’ultimo autobus torna al deposito e le luci di vetrine s’addormentano sognando impossibili amori con manichini intirizziti dal freddo.
All’interno del bar canta la vita, appena più appannata e stanca, in rumori assortiti, ad incastro, e solisti in rari attimi di silenzio.
Trilla isterica la macchinetta del videopoker, come un mostriciattolo alieno, e dialoga con la Faema che sbuffa cromata e sospira di vapori arabici.
Tintinnii di bicchieri e di tazzine spesse, quelle da caffè, di cucchiaini, cicaleccio di risate sommesse o triviali di avventori nottambuli, filodiffusione indecisa tra jazz struggente ed evergreen, in sottofondo, sullo stridio occasionale di poltroncine e tavolini di metallo e periodici messaggi della stazione su partenze e arrivi di treni.
Due sole persone ai tavoli, defilate, non troppo distanti tra loro, estranee all’atmosfera di festa obbligatoria con lampadine, neon e insegne luminose pubblicitarie che barbagliano rossi, gialli, verdi accesi e blu elettrici.
Un uomo, accigliato, e una donna, vagamente pensierosa, rossicci di luci in penombra: attendono i loro treni.
Sguardi perduti senza focalizzare nulla di preciso e pensieri svegli e amanti dello spazio e della libertà.
Si percepisce “My funny Valentine” e il singhiozzo disperato della tromba di Chet Baker.

Calma, adesso.
Non devo pensarci più, devo rilassarmi, devo lasciare decantare.
Calma, distrazione, abbandono: segui la musica.
No. Non aiuta: esalta malinconie.
Guardati intorno: fantastica come sai fare, crea storie, ricama su figure.
Quella donna là, per esempio…
Una procace moretta, bei capelli ondulati lunghi, non bellissima, interessante.
Uno sguardo assorto, un portamento disinvolto, un corpo formoso.
Sola.
Chissà cosa pensa.
Riesco a intravedere appena l’attaccatura della calza autoreggente nel suo accavallare delle gambe.
Un qualcosa di erotico o sono io che rimango il solito vecchio porco.

Avrei potuto indossare qualcosa di più caldo. Farà freddo.
Lo sento già, anche se qui dentro è tutto alonato da vapori umani, ma anche loro sono macchine. Lo percepisco dai loro sguardi. Automi. Non è sonno. È noia, come la mia.
Vorrei non pensare a nulla, tutto mi disturba, mi sa di usato.
E queste briciole sul tavolo. Non viene nessuno a pulire. Oddio che squallore.
Mi dicono rilassati. Facile a dirsi. Tocca farlo a me, mica a loro. Parlano bene.
Sono troppo nervosa. Devo smaltire. Devo smaltirvi. Tutti.
Ma sì, parto e lascio tutto alle spalle.
Ma guardati intorno, c’è notte soffusa ovunque. Sarò io che vedo solo cadaveri.
Anche gli oggetti stanno esalando l’ultimo respiro. Ci fumo sopra.
Ma si potrà fumare qui dentro?

E’ contrariata la moretta: si vede.
Ha un’aria di bambolina imbronciata.
Deve avere problemi grossi se non si accorge di essere guardata.
Adesso la fisso e voglio vedere che succede…

Nina Simone gorgheggia “My baby just cares for me” mentre un annuncio in stazione parla impersonalmente di un intercity che sta partendo o arrivando verso o da una località che si perde nel giro di basso e nelle spazzolate sul rullante.

Più mi guardo intorno e più sembra di essere in un paese fantasma. Anche le voci degli avvisi, così metalliche, non si capisce nulla, si capiscono solo loro.
Ho tempo ancora. Quasi un’ora. Ma che ci sono venuta a fare così presto qui.
“Un caffè, grazie.”
Era ora che si avvicinasse qualcuno, ma che sciocca, potevo chiedergli se qui si può fumare. Fa nulla, me ne frego e fumo.
Guarda quello, è così strano, assorto, vive in un mondo suo. Ora lo chiedo a lui.
No. Mi fissa troppo. O forse nemmeno mi vede. Un altro disgraziato. Come me.
Ecco, lo sapevo, più sono grandi e più non si trova nulla. Eppure l’accendino c’era.
Sì, mi fissa proprio.
“Grazie, metta pure qui. Certo che se pulisse prima mi farebbe una cortesia, non so nemmeno dove poggiare la mano. Quanto le devo?”
Però. Bell’uomo. Tempie grigie. Ma che vado a pensare.

Musica indistinguibile: un treno fischia di fuori e poi un nuovo messaggio.

E’ un bel tipino questa qui: una bellezza altera.
Mi ha guardato, miss occhioni sgranati. Mi stuzzica il continuare a guardarla.
Ha uno sguardo che ti perde: malinconico, intenso, eccitante.
Peccato che non fumo: avrei potuto presentarmi per accendere.
Belle gambe sostanziose, ma soprattutto bello sguardo, velato, e quel modo curioso di mordicchiarsi il labbro inferiore, molto sensuale.
“Un succo di frutta, grazie…sì, ananas, va bene.”
Guardami bellezza: divertiamoci a giocare con fantasie di sguardi.
Che serata di merda.

Forse avrei dovuto prendere un the, mi avrebbe riscaldata di più.
E poi la gonna, potevo mettere i pantaloni, ma sono quasi fuggita che non ho pensato a nulla.
Continua a fissarmi. Non ha proprio altro a cui pensare. Perché non guarda altrove.
In effetti non c’è più nessuno. Strano, tutto sta scemando intorno a me e non me ne sono nemmeno resa conto. Tutto passa, come il tempo. Ancora mezz’ora, salirò su quel treno e finalmente potrò rilassarmi.
E a lui? A lui cosa passerà nella mente.
Che penserà di me, qui, tutta sola e con questa sigaretta in mano che gesticolo come un’isterica.
Sento il suo sguardo. Un piacevole senso di imbarazzo sta facendo salire la temperatura al mio corpo. Sento le mie guance rosse.
Contegno.
Respira profondamente e fai finta di nulla.
È insistente. Comincio a sentire caldo. Tirerò su i capelli. No, meglio di no. Non posso togliere nemmeno il cappotto ora, sembrerà che lo faccio apposta per provocarlo.
Distinto. Pantaloni di velluto a coste. Mano in tasca. Lascivo su quella poltroncina.
È davvero interessante con quel suo atteggiamento.
Vuoi fumare sì o no? Dai, solo un accenno con la sigaretta…cosa vuoi che ti accada.

Etta James satura la penombra con “At last” che accarezza e sospinge sguardi.
Lui accenna un pallido sorriso verso lei che tormenta una sigaretta fissandolo e scuote la testa a diniego lentamente scrollando le spalle.

Dio che bello questo brano.
Che sguardo questa donna, e che sorriso triste e strano: sembra invitare, accendere.
No, non fumo, ho smesso, e adesso me ne dispiace proprio.
Anche solo per parlarti annegando in quello sguardo, per avere una compagnia, una complicità, per avere…
Se continui a guardarmi, se solo mi accenni un altro sorriso, se solo ti muovi, mi alzo e vengo al tuo tavolo.
Te lo dico: sono solo, bella signora, e avrei il desiderio di perdermi nel tepore di una compagnia.
E ti sfiorerei la gamba con una carezza leggerissima
Ecco! Il solito porco. O è voglia di che? Non mi sento poi così porco.
E’ voglia di…
“Tenga il resto, grazie”
Che cazzo c’entrano le donne angelicate del dolce stil novo?  

Ha stretto le spalle. Niente da fare. Niente fumo. Sì, ridi, ridi tu che non hai da accendere, ma a me avrebbe fatto bene. Avrei tenuto occupata una mano e le labbra che sto mordendo da un’ora.
E se lo avesse fatto apposta? Forse gli sono antipatica. E allora cosa si guarda!
Però, che bel sorriso.
Che confusione nel cervello. E questa musica che trasporta e blocca. Non ci capisco più nulla.
Che fa, paga? Allora se ne va…rimango sola. Tanto lo ero lo stesso…
Eppure quegli occhi, così tristi, così vuoti, ma anche così accattivanti…me li sento ovunque. Quasi quasi mi dispiace che vada via.
Ti sto sorridendo, è vero, ma solo per educazione…per…
Dai smettila. Smettila di fissarmi così, ma non lo vedi che mi fai sentire in difficoltà!
Non so dove mettere le gambe, le mani. Non so più dove guardare.
E tu perché lo guardi…

Un classico latino rompe l’aria: Andy Russell e la sua orchestra con “Amor”, una beguine con un sottofondo di mare tropicale, risate solari di bagnanti in bikini di anni quaranta, luce e brezza calda che scalfisce pensieri torbidi nella penombra dei neon.

Dio se mi ecciti, bambina: solo quel mordicchiarti il labbro…
Spero che non si noti che mi sto eccitando, o forse sarebbe proprio intrigante che se ne accorgesse.
Basta davvero poco per buttare a mare i propri problemi.
Una bella donna sconosciuta che ti guarda e vuole fumare una sigaretta con te in un buffet di notte, che ti guarda e ti scava e ti fa sentire meno solo.
Quasi quasi mi alzo e vado al suo tavolo.
Lo vogliamo tutti e due, vero capoccetta?
Fanculo alle attese, ai pensieri…ti bacerei solo per stirarti quel labbro mordicchiato…

Ma sì, mi farò questo viaggio in santa pace ed avrò tutto il tempo per riflettere e meditare sul da farsi. Queste vacanze mi faranno bene, me lo sento.
Sento i tuoi occhi sul mio corpo come fossero mani a spogliare. Fermati per favore, ho altro a cui pensare…pensare…
Mi stai eccitando da morire, ma com’è possibile. Non so chi sei. Ma che vuoi da me?
Calma, stai calma o se ne accorgerà. Tanto manca poco.
Oh…come vorrei che ti alzassi.
Dai, vieni. Afferrami i capelli e baciami…violentemente…non darmi il tempo di…

Più nessuna musica: silenzio e tensione, almeno per due anime.
Una voce metallica dall’interno della stazione chiama un treno e successivamente ne chiama un altro per un’altra direzione.
Una voce impersonale, fredda, indifferente a segnali rituali di aiuto per superare solitudini dentro un buffet di stazione.
Due sguardi fuggevoli, appena esitanti, si rifugiano ancora una volta tra le valve di conchiglie di propri problemi e deserti sabbiosi, e due figure si alzano dalle loro seggioline di  metallo e si avviano a due binari differenti nella foschia della notte frizzante.

E’ piacevole credere, nella illogicità di certe fantasie di cui si è artefici e vittime, che due aure opalescenti debolmente luminose siano ancora rimaste sedute alle loro seggioline di buffet e si siano levate per venirsi incontro ed unirsi in un abbraccio di luce vivida gioiosa.
E’ piacevole pensare, in qualche ricorrente possibile impeto di tenerezza, che le due aure, ora meno pallide e baluginanti nella penombra, siano uscite verso la piazza antistante la stazione, abbracciate, affettuosamente o disperatamente avvinte, alla ricerca di un albergo a ore virtuale di altra dimensione sperduto nel buio della notte.
Una sigaretta che non si è potuto accendere, in bilico su un tavolino di metallo del bar, cerca di rotolare sul bordo del tavolo per spiare con curiosità la coppia che si dissolve nel buio laggiù, e cade in terra sulle mattonelle sudice di umanità con un pensiero di tenera solidarietà tra le vibrazioni di due dispiaciuti treni in partenza.

  1. un delirio soggettivo (a sfondo più umano che erotico), ben narrato nel gioco dei riflessi a rimbalzo in prima persona tra l’uomo e la donna.
    la trama, come dev’essere in ossequio al senso ultimo di questo non-incontro/incontro, resta nell’alvo del film già visto, lasciando il lettore beffato, in attesa del guizzo straniante che in fondo non arriva.
    bene.

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