Cime di rapa – da smokersmok

Le cime di rapa son poco esigenti, vanno tagliate in maniera grossolana, a loro piace così, e si possono mettere in pentola anche a freddo, che intanto si abituano al mondo nuovo e si fanno le loro vasche circolari, attente a non farsi sfuggire nemmeno una delle bolle future. Nell’acqua poco sale, le cime non ne vogliono, conoscono il loro destino fatto di saporitissime acciughe e sapidi spicchi d’aglio.
Si può impegnare l’attesa dei mitici 100 gradi con qualsiasi cosa sollazzi l’anima, un disco chessò, degli amici Eels, oppure con una profumatissima costruzione fumaria, o ancora con un rapido riassetto di vecchie idee e cianfrusaglie mentali, tutto insomma, purché lieve di peso. Poi le bolle sollevano il coperchio, blu blu blu, il vaso di pandora blu blu blu, e quando la fiamma rischia la vita, si interviene.
Le orecchiette, a farle, è come ascoltare Chet Baker. C’è ritmo, lentezza, casuale attenzione, tutta una serie di sfiziosissime cose, ma quelle della coop, possono andare bene comunque, sorridendo della mancata poesia. buttiamole quindi, mandiamole a mischiarsi di cime di rapa, a prenderne il sentore, a benedirle e nel frattempo, con poco olio facciamo sudare uno spicchio d’aglio, deve sudare come un blues del delta, e leviamolo prima che prenda il colore di Robert Johnson.
Le acciughe, fresche o sott’olio, sono lì che aspettano, sul bordo del lavandino. È il loro momento, han voglia d’aglio e bisogno di sciogliersi, e ci mettono poco, il giusto, il tempo che serve alla pugliesissima pasta per cuocere. Quando si scola, il palato fibrilla, la papilla si mette in posa, la lingua suda saliva. È il momento della prima apoteosi, dell’incontro perfetto tra ingredienti, del mischiarsi, dello scambio di odori, sapori, gusti.
Alcune scuole di pensiero sono per una grattuggiata di ricotta salata, ma per me è come cercare di complicare il pane. Si salta, s’impiatta, si mangia, si gode, battendo il tempo, se si vuole, del blues che ancora dà gli ultimi colpi di tosse.

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