Bar Keaton – di Smokersmok

Questo primo (ovvero secondo) post è doverosamente dedicato al racconto di smokersmok, dal quale è partita questa ideuzza.


Io non tocco niente. Io guardo molto, guardo tutto, ma non tocco mai. Hanno anche scritto canzoni , dicendo che l’uomo non è fatto per stare solo, che il bisogno di contatto è naturale come, e non quasi, l’istinto della fame. Per questo io, che non la penso così, vado al bar Keaton. Non è in periferia, non è in campagna, non sta in nessun luogo, né della memoria né dei desideri. Le facce sono facce, al bar Keaton, le dignità si costruiscono col saltellio dell’immaginazione, così come gli odi, le violenze, gli stupri e le carezze più dilatate.
Si beve, al bar Keaton, si beve quel che si vuole, l’oste è compiacente e muto, con la barba sempre di tre giorni e una camicia a fiori. Ha sgabelli con tre gambe, il bar Keaton, proprio come dovrebbero essere tutti gli sgabelli del mondo, di legno vecchio e pallini di resina quasi mai definitivamente secca a colare, attaccati al bancone perché il loro posto è lì, senza santi ne scuse.
Il rumore e il fumo non mancano mai, al bar Keaton, e ci può perfino regnare il silenzio, si può guardare senza offendere o ferire, senza rendere o fare di conto, solo spostando gli occhi da una scritta a uno specchio, da una medaglia a un volto, dal pavimento rosso alle ragnatele nell’angolo del trave. La gente passa, al bar Keaton, passa anonima, scintillante di pensieri e sobria, beve un bianco spruzzato, ti da un’occhiata, a volte un cenno, e se ne va.
È un posto a parte, il bar Keaton, è il ritrovo dei solitari trasandati e degli illusi, delle rivincite covate e dei destini segnati, puoi trovare quel che cerchi, a volte addirittura quel che non hai detto mai. Curiosità e profumo di antico. Io non tocco niente, guardo molto, guardo tutto, ma non tocco mai. Per questo vado là e scrivo, scrivo come se fosse fumo o vino, parole a caso o forse no, che lasciano perplessi o domandano spiegazioni. Ma ci hanno scritto canzoni, che l’uomo non è fatto per stare solo, che il suo bisogno di contatto è naturale come, e non quasi, l’istinto della fame. E io, che non la penso così, vado ancora dicendo che chi spiega, in fondo, mente.
E niente finestre, al bar Keaton, che l’aria di fuori fuori rimanga, per lasciare inalterato lo spazio e l’odore, che il vento là dentro non manca a mescolarli, mentre l’oste mi versa da bere e raccoglie lo straccio, perché qualcuno intorno forse capirà, prima che la luce dell’insegna decida l’arrivo di una notte nuova. Che allora il bar Keaton, un’altra volta, riaprirà.

  1. Ho appena finito di spolverare le bottiglie e mi riposo con una bella lettura.
    Mi colpisce l’atmosfera del bar Keaton, descritta con stanchezza chandleriana che è anche affetto calmo e mi viene da pensare che in un bar così potrei starci ore ed ore in silenzio, molto bene, a guardare e basta per ricavare storie e poesie.
    Molto bello.

  2. prosa un po’ monocorde, al bar keaton.
    l’atmosfera è buona di fumofumoso, ma il maledettismo solipsistico m’appare di maniera, restando fine a se stesso, al bar keaton.
    alcuni refusi, al bar keaton (“ne” vs “né”; “da” vs “dà”).
    bene.

  3. e il fatto è che a volte bisognerebbe poter scrivere i commenti con la pelle. Allora, sì, ci lascerei qui il brivido che mi ha percorso la schiena, senza la necessità di spiegare il perché. Non c’è bisogno di toccare per trasalire. E, a volta, la carta – anche quella virtuale – si può respirare, come un’atmosfera. E lascia un contraccolpo di tosse tra le scapole e la vita.

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