Sfrattati

…e traslocati.

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la fabbrica dei sogni

Vi si giunge come all’imbarco, ciascuno col suo bagaglio d’emozioni, qualche cruccio, una malinconia, molesti accidenti dell’umore dei quali la sorte non si fa mai avara, o talvolta un sorriso, strascico d’una gioia recente, che indugia sulle labbra e fa il cuore leggero, ma poi il buio rapisce sembianze e ci lascia soli con pensieri che già dissolvono nel crescendo della sigla, e dietro di noi un mozzo discreto ritira la passerella che ci portò a bordo, oramai le ancore sono levate, e gl’affanni di prima agitano inutili saluti dalla banchina, il nostro sguardo è all’orizzonte, oltre il telo di luce che inghiotte veloci fantasmi, e siamo nella tregenda d’accesi duelli, nel turbine di sabbia che il galoppo agita fra piani deserti, Semiramide ci offre labbra di passione, ma non temiamo la sua vendetta, battono i nostri palpiti un ritmo più lento del suo, e ne teniamo lo sguardo finché s’arrende a languidi abbandoni. Il mondo gira in sincrono a levigate passioni, una provvida sorte imbastisce coincidenze a favorire l’imprese, e il cuore s’allevia d’inutili zavorre e si scopre ardito, agile il passo, e la vita è un azzardo facile da tentare, mal che vada, c’è sempre un lieto fine. E gl’innamorati che si baciano al buio della sala? Quelli scrivono da sé la propria trama.

Cinema, d’où viens tu?

di Elis
A mia madre piaceva molto il cinema, alle sue sorelle Gilda e Eleonora anche di più.
Gilda si faceva chiamare così fin da ragazza, da quando cioè si era identificata nell’omonimo personaggio cinematografico del regista Charles Vidor interpretato da Rita Hayworth: aveva tinto i capelli di un rosso intenso e pittato le labbra con un rossetto carminio, talmente indelebile che le rimase a lungo impresso, quasi un segno di distinzione.
Eleonora credeva di somigliare, quanto una gemella, all’omonima attrice Rossi Drago e come lei presumeva di vestirsi in maniera ricercata e originale.
Mia madre non ebbe mai un modello da imitare, ma adorava le storie d’amore, passionali e impossibili, quelle per le quali le lacrime non si facevano pregare a scendere giù come pioggia sottile e discreta. Tra tutti i film del genere, predilesse “L’amore è una cosa meravigliosa”, forse perché innamorata del bellissimo William Olden; e non si privò di vederlo tutte le volte che veniva trasmesso in qualche cinema della città e dopo in Tv.
A noi bambini il cinema era proibito, tranne quello che riguardava la visione di qualche film di Stanlio e Ollio o di Totò e sempre con un accompagnatore, compito che veniva affidato di solito a Franco, marito di Gilda. Solo quando mia sorella, io e le mie cugine, figlie di Eleonora, fummo cresciute abbastanza, comprendemmo la differenza tra un film per bambini e uno per adulti, mentre i maschietti della famiglia furono abituati presto alla visione di film… osè, grazie alla complicità dello zio Franco. Ma questa è un altra storia.
L’estate era veramente arduo per le tre sorelle trovare un modo economico e divertente per passare il tempo, specie al pomeriggio, ‘ché la mattina c’era il Bagno Santa Lucia, a portata di mano con la sua sabbia soffice e dorata e i giochi con i tamburelli. Noi ragazzine non potevamo mai allontanarci dalle nostre mamme, le quali ci sorvegliavano a vista per timore di qualche incontro ravvicinato coi ragazzi della nostra età: restare gravide era una costante paura, anche se non era tanto possibile data la non propizia età di molte di noi; ma le nostre mamme credevano che i bambini nascessero (pure) dallo scambio di un bacio. Noi avevamo bisogno di spazi, di aria, di libertà, loro non avevano soluzioni da proporre. Fino al giorno in cui presso la chiesa frequentata dalle tre sorelle inaugurarono l’arena Caritas, un cinema sotto le stelle nel piazzale interno della parrocchia, dove fu posto un grande telone bianco, tante sedie in fila e la macchina di proiezione.
Al calar del sole, la calca delle persone davanti all’ingresso dell’arena, prevalentemente donne con figli appena adolescenti, era incredibile. All’apertura del cancello, si correva per occupare le prime file di sedie, non tanto per la visione quanto per l’audio che non era eccellente, quasi inesistente alle ultime file. Il buio era complice delle emozioni che quell’esperienza riusciva a suscitare in noi, specie quando qualche film lasciava intravedere una scena d’amore un poco più …suggestiva!
Passarono davanti ai nostri occhi film come Incompreso, Poveri ma belli, Guardie e ladri, Il conte Max, Pane amore e…, Marcellino pane e vino, I soliti ignoti, Vacanze Romane, Colazione da Tiffany… e altri di cui non ricordo più molto; tutti i film, italiani e stranieri, erano adatti ad un pubblico misto, in cui i bambini erano tanti.
A settembre l’arena chiudeva i battenti, noi conservavamo per tutto l’inverno, negli occhi e nella mente, la fantasmagoria e la magia che il cinema ci regalava. Passarono molti anni prima che avessimo dalle nostre madri il permesso di andare a cinema da sole, ma nel frattempo l’Arena Caritas non c’era più.

Paquita loca

anche qui, come

-davanti a una birrozza rigorosamente –
i ricordi imprintingati da mammà ri-salgono…

all’arena Monacelli “… non si può andare
perché è piena di pulci…”
all’arena Italia “…non si può andare
perché fra il pubblico c’è lancio di bottigliette di birra”
(vuote!)
all’arena Pineta “…non si può andare
perché «rubano i bambini»…”
all’arena Fusco “…non si può andare
perché è lontana…”

non rimaneva che l’arena Corallo,
appena dietro casa, i film erano s-purgati, potevano lasciarci tranquillamente
tanto il proprietario era un amico del nonno,
“loro”, i grandi -nel frattempo- si toglievano “noi” piccoli dalle scatole…
ovviamente la reale realtà (scoperta molti anni dopo) era un’altra:l’arena Monacelli dai muri fittamente ricoperti d’edera era “popolata” da lucertole
(e mammà ne aveva paura)
l’arena Italia era “popolata” da pubblico sì sanguigno
ma che non risparmiava commenti salaci alle belle donne
(e papà era geloso)
l’arena Pineta era “popolata” da bambini più scalmanati di noi
(e papà e mammà a stento non rischiavano l’infanticidio)
l’arena Fusco aveva un soffitto che
-come per incanto ai miei occhi di bambina-si apriva
( e papà ipocondriaco da sempre temeva le correnti d’aria )
ma “loro”, i grandi, non hanno mai saputo quale complesso freudiano
hanno scatenato in me…l’arena Corallo s’affacciava sull’interno della mia casa – ma anche di altre case…
da cui “ci si affacciava” per vedere beatamente il film
(come dalla zia di IdaCrot !!!)
e la mia invidia cresceva…
( ma è un altro film!)…titoli di coda

Cine

di Colfavoredellenebbie

Si andava il martedì, al Verdi: doppia visione.Prima, o un drammone d’amore o un filmino alla doris day, roba di sentimenti, insomma, e, poi, al secondo turno, l’azione: o un film di guerra o un western o un mitologico pieno di sansoni.Si andava, comparto femminile di casa, sdegnosamente assente il nonno: amava solo ernest borgnine o e.g.robinson (perché avevano la faccia da bulldog) e se ne restava in salotto col bambino piccolo: con noi l’unica compagnia maschile del Bigio, il gatto grigio, che prendeva la scorciatoia della ferrovia, quella della stazione porto, e ci aspettava davanti al cinema.Il Verdi era un teatrone senza gloria e senza bellezza, senza boria e senza finezza.

D’estate si sfiatava nell’estivo, sul retro: un giardino con le sedie ballerine piantate davanti al muro bianco. Il proiettore, disposto nel camerino delle gazzose, fra le mastelle piene di ghiaccio, lo animava di vita propria, con figure incrinate da rughe di crepe.

Le parole svaporavano, facendo il giro del giardino, passavano per le bocche dei portoghesi, affacciati alle finestre delle case intorno, e ritornavano sulla platea, che non stava mai zitta di suo.

A settembre il Verdi ritornava in casa.

A noi piaceva andare al cinema nelle prime sere fresche, quando si usciva col golfino, e si entrava nel tepore del teatro, senza preoccupazioni sulla durata: tanto le scuole mica erano cominciate e la Diana aveva già dato i suoi esami. Pure quelli senza gloria e senza bellezza, senza infamia e senza lode, predicava mianonna, che usava i “senza” per spiegare ogni cosa, in un mondo raccontato per continue sottrazioni.

Mianonna camminava lenta, sottobraccio alle nuore, a cui non pareva vero di uscire la sera.

Dietro, io e la Diana.

La Diana tutta garrula, perché sicuramente avrebbe visto i suoi belli, qualche fila più sotto. Io con la sensazione che qualcosa doveva pure accadere.

“E tu ce li hai i morosi?” – mi chiedeva piano, miacugina.

Certo che li avevo, solo non avevo ancora capito che “moroso” è una parola reciproca e non richiede solo un’andata, ma anche il ritorno.

Piena di morosi a una sola andata, ero.

Alla Diana, niente, non dicevo proprio niente. Però ridevo, perché era più semplice ridere, in quel tratto breve fra la casa e il Verdi, coi pensieri già al cine doppio, alla gente, alla disposizione dei posti, ai beni di conforto.

Sì, perché non si dà cine senza beni di conforto.

All’ingresso del cine stavano i due baluardi dei beni di conforto, a cui si riservavano le monete della settimana: uno piccolo e uno grande, uno chiacchierone l’altro muto, uno compagno l’altro democristiano, uno a sinistra del Verdi l’altro a destra, uno venditore di brustoline secche e d’un sapore di legno bruciato e l’altro venditore di ceci lessi, tristemente pallidi, spesso freddini e un poco umido-collosi in superficie.

Per motivi politico-gustativi si optava per le brustoline, con qualche ripensamento, qualche vacillamento di fede, quando le si trovava così salate, ma così salate: piccoli semi di zucca incrostati di cristalli, tiepidi tiepidi, che – e fu scoperta poco digeribile – covavano sempre al caldo, nell’ultimo sportellino in basso della cucina economica, in cartocci di carta da giornale, assieme alle pantofole.

Con le tasche piene di brustoline, ogni film, col sottofondo di un sommesso crocchiare anti-chiacchiera, diventava bellissimo, anche se il cinemascope usciva dallo schermo e si imprimeva su mattoni larghi.

Era bello vedere i baci, sbiecando di sottecchi miamamma per sapere se mi osservava mentre li guardavo, era bello ascoltare le parole d’amore, mentre le donne di casa tiravano su col naso, era bello sentire il calore della sala che pareva una carezza col sospiro.

Si usciva un po’ intorpidite, strette, così ci si faceva tepore, a chiacchierare fitto di nomi storpiati e costellati di “ et vist..”

La Diana era muta, persa in chissà quali sogni.

Il Bigio andava avanti e indietro, a intrappolarsi fra le gambe.

Io mi passavo un dito sulle labbra….Un bacio avrebbe fatto quell’effetto lì ?

Forse, chissà, sotto la luna.

Cinema Mignon

Solo verso sera la finestra era spalancata sull’arena del cinema all’aperto ed entrava mista a un’ariettina tra rumorìo e risatine, un cigolio di sedie di quanti prendevano posto tra le file a godersi, in anteprima, una luna rossa-rossa che s’appostava in alto sullo schermo.
Come si spegnevano le luci ed il vocìo, era lei la luna, a far da testimone mentre il film s’adagiava dentro la stanza diventando spazio allargato del cinema all’aperto.
Se arrivavo suonando al campanello, la zia apriva un po’ seccata perché fin troppi erano già pigiati davanti a quello squarcio nella notte – “Figghicè, postu u’cci n’è, ta stari all’impedi” diceva, aprendomi la porta.
Ma più che il film ad attirare la meraviglia e l’estasione erano le voci e le luci della pellicola che si facevano spazio tra quelli che se ne stavano seduti come spettatori davanti alla finestra,tanto che perfino le facce parevano uno schermo ora illuminate all’improvviso ora più buie della notte.
Solo quando m’eccitavo più del necessario, perdendo l’imbarazzo, montavo con tutti e due i piedi sul paletto della sedia dove se ne stava comoda la zia che se ne usciva sempre con la stessa lamentela contrariata – “u’ mmi moticari a seggia, figghicè, ca u’ vvida comu mi fa girari a capa”.
La poveretta aveva ragione, perché in tutte le sere d’estate era costretta a far da succursale al cinema Mignon, senza che come me e gli altri, ne sentisse l’attrazione.

Cinema-giardino

«Il bar è come un cinema, solo che il film è a sorpresa. E anche quando non c’è nulla, resta comunque l’atmosfera dell’attesa: qualcosa, da un momento all’altro, può sempre capitare.» (Remo Bassini: Il quaderno delle voci rubate)
Era il “motto” dell’ Osteria da Amalia, che aveva aperto i battenti dopo uno scambio di idee a commento del racconto Bar Keaton di Smokersmok (e quanto ci mancano i suoi racconti…)
Ogni tanto qualcuno ritorna alla nostra bar-trattoria (oltre la colf magiara che spolvera, pulisce i vetri…), ogni tanto rispunta l’idea: riapriamola!
Ricordando un racconto di IdaKrot, Cinema Mignon, io direi che potremmo aprire addirittura il cortile-giardino a ridosso del muro di ponente. Qualche sedia, qualche racconto: che cinema, ragazzi…
Con calma, neh, che fa caldo. Per non restare in piedi come la ragazzina ritardataria di Ida, prenotate la vostra seggiola qui.
Il cinema giardino di Amalia resterà aperto fino alla fine di agosto.